Dalla rivista Testimoni
L'epidemia di AIDS in Africa
Una catastrofe quasi ignorata


Venticinque milioni e mezzo di persone infette dal virus; oltre dodici milioni di orfani per AIDS; quasi quattro i milioni di infettati e due milioni e mezzo di morti nel 2000. Questi sono alcuni dei dati del rapporto ONU sull'AIDS in Africa che mostrano come ci si trovi di fronte a uno dei maggiori disastri dell'umanità che si sviluppa, però, nel silenzio dell'opinione pubblica mondiale.

Stranieri che visitano Johannesburg in Sud Africa, o Kampala (Uganda) o Dar es Salam (Tanzania) non notano niente di anormale perché i malati sono nascosti. Eppure nell'Africa orientale e australe (da Nairobi in Kenia a Città del Capo in Sud Africa), dove vive un trentesimo della popolazione mondiale, si trova la metà delle persone infette dal virus HIV, il virus dell'AIDS. In Sud Africa il 40% dei decessi tra la popolazione tra i 15 e i 35 anni sono causati dall'AIDS e si giunge, secondo statistiche della facoltá locale di Medicina, a punte attorno al 50% a Dar es Salaam. In Lesotho, paese di circa due milioni di abitanti a forte maggioranza cattolica, il tasso di infezione della popolazione adulta è del 28%. In Botswana il 34% delle donne tra i 15 e i 25 anni sono sieropositive. In questo paese la speranza di vita è scesa dai 61 anni del 1980 ai 47 de11999, e scenderà, secondo alcune proiezioni, ai 38 anni nel 2005. Sempre secondo le stesse stime l' 81% dei giovani che nel 2000 avevano 15 anni moriranno prima di arrivare ai 30 anni.

La situazione, almeno stando ai dati ufficiali, sembra meno nei paesi dell'Africa occidentale. Il tasso di sieropositività è calcolato attorno all'1,35% in Niger, 1,7% in Sene gal, al 3,60% in Ghana. Cifre che possono sembrare rassicuranti ma che mostrano negli ultimi anni una crescita esponenziale. É il caso del Benin dove solo il 4,1% è sieropositivo. Un dato rassicurante ma che diventa preoccupante se riferito allo 0,9% del 1989, al 2,5% del 1995 e il 4,1% del 1999. Ciò significa che il numero degli infettati dal virus dell'HIV raddoppia ogni tre anni. La stessa situazione dell'Africa australe.

La catastrofe umana porta con sé gravi conseguenze anche sul piano sociale ed economico. La percentuale dei sieropositivi è, infatti, doppia tra le persone con il più alto tasso di educazione scolastica. Ciò significa un'alta percentuale di mortalità tra gli insegnanti, i quadri dirigenziali delle aziende, delle banche... In Zambia negli ultimi anni sono morti oltre 1.300 insegnanti e 20 membri del Parlamento. In Africa centrale sono state chiuse 107 scuole per la morte di insegnanti. Le stesse organizzazioni internazionali, come l'UNESCO, si trovano in difficoltá a proporre piani di formazione a lunga durata dato che molti dei partecipanti muoiono durante il periodo della formazione.

Di fronte ad una situazione così catastrofica solo "un sussulto di tutte le forze vive del continente, capaci di agire in modo concorde, può rallentare la progressione dell'epidemia". É questa l'opinione di Bernard Joinet, missionario d'Africa (Padri Bianchi) e professore di psicologia clinica alla facoltà di medicina dei Dar es Salaam (Tanzania) in un articolo apparso su Petit Echo e ripreso da SEDOS.1

I compiti delle Chiese

Alle Chiese africane, ai gruppi religiosi, alle Congregazioni missionarie è richiesta oggi una risposta globale capace di inglobare oltre i malati terminali (sostegno medico, psicologico, sociale, economico), i sopravvissuti (orfani, nonni, vedove e vedovi), le persone sieropositive (prevenzione secondaria, sostegno medico, psicologico…), e le persone sane (prevenzione primaria).

La lunga tradizione delle Chiese nell'aiuto ai malati le ha portate immediatamente ed istintivamente ad attivarsi in favore dei malati terminali. Oggi le nuove terapie hanno portato nuove speranze di cura. Inoltre, grazie alla lotta di molte organizzazioni non governative, I prezzi di alcuni farmaci sono calati del 90% almeno in alcuni paesi (Africa del Sud, India e Brasile) e a certe condizioni. L'impegno delle chiese e dei religiosi — secondo P. Joinet — è di fare in modo che le stesse condizioni possano essere applicate a tutti gli altri paesi poveri. "L'azione dell'ONG e dei confratelli che vivono al Nord deve continuare. Queste medicine sono ancora fuori dalla portata della maggioranza dei sieropositivi, ma la conoscenza della loro esistenza dona ai malati nuova speranza e il desiderio di farsi curare. Ciò esige che I dispensari siano approvvigionati di farmaci a basso costo per la cura".

Ma non basta l'impegno per la diffusione dei farmaci. Servono forze in Africa per le necessarie ed importanti visite a domicilio dei malati terminali, per combattere il senso di esclusione vissuto da molti malati. Un compito, questo, "alla portata delle comunità cristiane di base e dei confratelli anziani che vivono in Europa o in America".

Le Chiese e le Congregazioni religiose devono prendersi cura anche di coloro che in qualche modo sopravvivono all'epidemia. In particolare degli orfani. Oggi sono oltre 12 milioni. "Una cifra enorme. Tradizionalmente, degli orfani se ne facevano carico le famiglie allargate e venivano allevati dagli zii e dalle zie. Ma spesso questi sono già morti a causa dell'AIDS. Sono allora i nonni a doversi fare carico dei nipoti proprio al momento in cui pensavano di contare su di loro per avere una vecchiaia tranquilla. Hanno bisogno di aiuto materiale, di cibo, abbigliamento, sostegno scolastico. E in caso di morte dei nonni, chi crescerà questi orfani?".

Esiste poi il problema delle vedove "spesso accusate di stregoneria e di aver ucciso il amrito. Devono fuggire. Ai primi tempi della missione le vedove venivano accolte in piccoli villaggi accanto alla chiesa. Questa tradizione sta rinascendo, per esempio in Uganda. Le vedove della città che vivono del loro salario rischiano l'emarginazione e l'isolamento sia sul posto di lavoro che nelle case. Hanno bisogno di un adeguato sostegno psicologico e sociale".

Il dibattito sulla prevenzione

É compito anche delle chiese sensibilizzare ed educare alla prevenzione secondaria rispetto alle persone infette (circa 25 milioni) che possono infettare altri. Lo si può fare sfruttando la formazione delle giovani coppie, la formazione ai sacramenti. "É un impegno urgente. Se i sieropositivi non cessano di trasmettere l'infezione, l'epidemia sarà inarrestabile". Questo va fatto in Africa. In occidente, invece, le Congregazioni religiose hanno il dovere di organizzare tutto quanto è necessario per sensibilizzare l'opinione pubblica e per raccogliere i fondi necessari per la cura.

Ma il vero problema per le chiese e per i credenti, che operano nel campo dell'AIDS, lo si incontra nell'ambito della prevenzione primaria: come fare in modo che le persone sane non contraggano il virus: "Ci vorrebbe un contorsionista — si legge in un articolo apparso sulla rivista Nigrizia del mese di gennaio — per uscire indenni dall'intrico di contraddizioni con cui deve fare i conti la Chiesa di fronte al problema dell'AIDS e all'uso di quello che si è verificato il miglior mezzo di prevenzione: il preservativo. La posizione di principio contraria all'uso del condom, ribadita dai decreti romani, si scontra ogni giorno con la realtà di disastri umani che mettono sul tavolo vita e morte delle persone".2

La prevenzione primaria per le persone non ancora infette è urgente e deve iniziare molto presto. "In alcuni paesi, come il caso Botswana, — scrive Padre Joinet — molti giovani sotto i 15 anni sono portatori del virus" e in Uganda il Presidente della Commissione Parlamentare della lotta contro l'AIDS parla di prevenzione per i bambini e le bambine dai 5 ai 15 anni.

"Per noi la prevenzione primaria è complicata dal conflitto sull'uso del preservativo. Alcuni vescovi proibiscono l'uso anche alle persone sieropositive sposate. Altri insistono sul 'non uccidere' e ne consigliano l'uso in alcuni casi particolari. Le conseguenze di tale conflitto sono drammatiche. Conosco infermiere di dispensari cattolici che non informano i malati della loro sieropositività perchè, non potendo consigliare l'uso del preservativo, non credono nella possibilità dell'astinenza quotidiana per sempre. In alcuni paesi le Chiese non hanno un programma di prevenzione capace di proposte fattibili per tutti, soprattutto per I giovani. I gruppi di Jeunesse vivante, in Tanzania propongono l'astinenza prima, durante e dopo il matrimonio e raggiungono migliaia di giovani offrendo una formazione globale per la vita. É esemplare. Ma centinaia di migliaia, milioni di altri giovani non vogliono fare parte di questi gruppi e non ricevono alcuna formazione al controllo di sè. Perchè — si chiede P. Joinet — tanta opposizione, in questo campoi, da parte della Chiesa e di molti missionari?".

Le cause sono molteplici, sociali e culturali. Dal rifiuto di programmi imposti dall'esterno, sul controllo delle nascite, alla reazione energica a programmi governativi contro la diffusione dell'AIDS, che si riducono all'uso del solo profilattico senza alcuna preoccupazione della formazione al controllo di sè, alla fedeltà, all'astinenza, etc.

Ma la causa più profonda — secondo P. Joinet — va ricercata più in profondità, nello scontro tra diverse scuole a livello di teologia morale. " Alcuni vescovi si basano sull'insegnamento dell'Humanae vitae (1968) che proibisce l'impiego di metodi artificiali per la contraccezione. Paolo VI ha insistito sul valore della vita e della sua trasmissione. Ma ha scritto nel 1968. Un fatto nuovo, l'AIDS, è sorto dal 1981 e dal 1983 si conosce l'esistenza del virus dell'HIV. Noi sappiamo che un incontro sessuale uin questa situazione può trasmettere la morte come la vita. L'uso del preservativo può impedire, nello stesso tempo, la vita e la morte. Ha un duplice effetto. Anche uno studente agli inizi della teologia sa bene che, in caso di doppio effetto, noi dobbiamo ricercare il male minore. Trasmettere un virus mortale sembra infinitamente più grave dell'impedire l'incontro tra uno spermatozoo ed un ovulo, anche se protetto da un'enciclica. Il 'non uccidere' è incontrovertibile…. Ho trascorso molto tempo, forse troppo — conclude P. Joinet — a discutere di preservativi: blocca radicalmente ogni discussione sulla prevenzione all'AIDS nelle comunità, nelle scuole, nelle radio, nelle televisioni cristiane…. L'esperienza ha mostrato che, una volta esplicati i tre mezzi di prevenzione, (astinenza, fedeltà, preservativo) e date le risposte a tutti gli interrogativi sull'uso del preservativo, allora è possibile parlare di vita, di progetto di vita, di speranza, di amore, di fedeltà, di controllo di sè, dell'importanza dell'astinenza, anche della castità cristiana, della fedeltà in amore. É possibile — conclude P. Joinet — io l'ho vissuto con i giovani disoccupati di molte grandi città".

Il tema resta comunque molto controverso e dibattuto in molti paesi africani. Emblematica la situazione del Sud Africa presentata, nell'articolo citato, di Nigrizia.

Suggerimenti pastorali in tempo di AIDS

La prevenzione in Africa deve partire molto presto, puntare sui bambini dai 5 ai 15 anni, non si deve ridurre alla sola educazione sessuale, ma essere una formazione di tutta la persona. "E' — in questo modo — una parte integrante della nuova evangelizzazione ". Perchè questa sia possibile vanno tenuti in debito conto — secondo P. Joinet — alcuni orientamenti.

Il primo di qursti è la convinzione che Dio non vuole la morte del peccatore. Le campagne di prevenzione hanno uno scarso effetto anche a causa "della profonda convinzione che la morte e la malattia vengano da Dio o dalla stregoneria. Ho spesso sentito dire: 'La prevenzione? Perchè? Se Dio vuole che io muoia, io morirò!" I professionisti della sanità si sentono disarmati di fronte a questa convinzione culturale che si trasmette di generazione in generazione. Ma noi possiamo e dobbiamo annunciare la buona novella: Dio è amore, il Dio di Gesù Cristo è della vita. Dio non vuole la morte del peccatore. Aiutare I credenti a essre certi che che possono lottare contro la malattia, allontanate il momento della morte è un impegno difficile. Predicare il Dio della vita dovrà essere una dimensione di tutta la catechesi sin dai primi anni".

Un secondo orientamento è la formazione alla libertà in Gesù Cristo. "Il virus dell'HIV non è trasmesso da veicoli esterni come la zanzara per la malaria. E' trasmesso da rapporti umani fisici, profondi e intimi, che derivano dalla libera decisione di almeno uno dei partners. Sono convinto che la prevenzione dell'AIDS sia innanzitutto una formazione alla libertà in Gesù Cristo che ci fa sentire responsabili delle nostre azioni. Se i cristiani, in alcuni paesi, sono più toccati di altri dall'infezione, significa che la loro formazione alla libertà non è sufficiente per affrontare l'epidemia. Una formazione alla libertà che deve iniziare fin dalla tenera età. Poi solo più tardi verrà la formazione a comportamenti sessuali responsabili".

Un terzo orientamento proposto è la formazione all'amore. "Amare significa volere il bene dell'altro. E ' sapere che l'azione maggiormente contraria all'amore è donare la morte. Imparare a non chiedere solamente. 'E' permesso o no?' ma anche 'Dove sta il massimo amore?' Tale interrogativo aiuta a capire dove sta il male minore. Quando mi trovo a parlare con alcuni gruppi, a predicare in certe chiese, so che il 20, il 30% degli uditori sono sieropositivi, e sono capaci di 'omicidi involontari'. Che cosa devo dire loro?".

La lotta contro la stregoneria è un quarto orientamento. "E' molto forte la credenza che l'AIDS sia un atto di stregoneria. Chi ne è accusato viene espulso o addirittura messo a morte, a partire dalle vedove. Come lottare contro una simile idea mortale? Un medico può spiegare che la malattia è dovuta ad un virus. Ma resta la domanda: 'Chi ha mandato questo virus su mio fratello, mio figlio, mia figlia… e non su altri?'. Che cosa rispondere?…. Come sviluppare una catechesi capace di dare una spiegazione alla malattia, agli incidenti, alle sciagure, alla morte? Una pastorale capace di far diminuire la paura della stregoneria fino a farla sparire".

Affrontare il problema AIDS in Africa richiede — è la conclusione di P. Joinet — "un approccio pastorale globale capace di impregnare la catechesi, i sacramenti, la preparazione alla cresima e la matrimonio, I funerali, ogni nostra attività pastorale.

O.C.

Note

1 Bernard Joinet, La pandémie du SIDA. Une catastrophe si discrète. Que pouvons-nous faire ? Quelques suggestions ? In SEDOS Bulletin, 12/2001, pp. 326-330.
2 Laura Mezzanotte, Chiesa, AIDS e condom. Se ne discute in Sudafrica. Suore a voce alta, in Nigrizia, 1/2002, pp. 25-27.

Ref.: Articolo tratto da Testimoni (quindicinale di informazione, spiritualità e vita consacrata), n. 2, 31 gennaio 2002.