Giuseppe Scattolin
Islam nella globalizzazione


All'interno del processo di globalizzazione anche l'Islam deve confrontarsi con quattro istanze comuni a tutte le religioni: rivisitare il suo messaggio originario, confrontarsi con la modernità, entrare in dialogo con le altre religioni, impegnarsi per la giustizia nel mondo.

Sinteticamente si possono così indicare. Ogni grande religione è nata da una profonda esperienza fondante con un suo nucleo originale caratteristico. Tale nucleo deve essere continuamente ripreso, rivisitato e attualizzato con un accostamento serio e critico alle sue fonti e alla sua storia. In caso contrario la religione si fossilizza in strutture esteriori che diventano gusci vuoti e senza vita. Confrontarsi con la modernità vuol dire prendere atto della nuova visione di sé e del mondo propria dell'uomo moderno: un atteggiamento critico-scientifico che riguarda la persona, la storia e la realtà mondana. Tale visione non esaurisce il senso dell'esistenza ma non può essere ignorata o rimossa. Il dialogo con le altre religioni è una necessità imposta dal «villaggio globale». Nell'attuale contesto ogni atteggiamento di diffidenza o di condanna è inadeguato. Pur affermando la propria verità, la religione non deve eliminare la verità dell' altro. Anche l'impegno per la giustizia è legato alla forma della modernità. La coscienza moderna ha fortemente sviluppato il senso della dignità e dei diritti della persona umana, di ogni persona umana. Questa nuova coscienza dei diritti umani non può essere messa in discussione, anzi va positivamente sostenuta.

Queste istanze suscitano all'interno dell'Islam risposte e posizioni diverse, molte volte contrastanti e in lotta tra loro. La speranza è che attraverso tale travaglio, conosciuto anche dalle altre tradizioni religiose, dal cristianesimo in primo luogo, l'islam possa crescere come fattore positivo nel «villaggio globale». Diamo qui un breve scorcio delle problematiche che attraversano il mondo islamico attuale confrontato con le quattro istanze sopra indicate, rinviando per un loro approfondimento agli studi specifici.

L'islam e il suo messaggio originale

Non c'è dubbio che l'islam ha affermato lungo tutti i quattordici secoli della sua storia l'originalità del suo messaggio religioso. Questo, pur essendo simile a quello delle due religioni abramitiche che lo hanno preceduto, cioè del giudaismo e del cristianesimo, si differenzia da esse per certi suoi tratti particolari. Il Dio del Corano non è esattamente il Dio del popolo d'Israele né il Dio di Cristo. Senza allargare il discorso si può dire che l'insistenza coranica sull'unicità e trascendenza divine, lontane da ogni idea di «condiscendenza divina» propria sia della fede del popolo d'Israele e ancor più del cristianesimo (incarnazione), distanziano il Dio coranico dal Dio biblico. L'antropologia, la soteriologia e l'escatologia coraniche si distanziano pure dalle corrispondenti della tradizione giudaica e cristiana. Occorre però anche sottolineare che lungo tutta la storia islamica un numero enorme di persone, anche di elevato livello intellettuale, ha trovato nel messaggio coranico un senso profondo per la sua vita. È difficile dire che la forza del messaggio originale dell'islam si sia esaurita. Anzi, di fronte a un mondo secolarizzato e materialista, l'islam conserva il suo fascino e la sua vitalità proprio in forza del suo messaggio dell'unicità e della trascendenza di Dio, come destino ultimo dell'essere umano. Questo fatto appare visibile nel gran numero di conversioni, provenienti in molti casi proprio dagli ambienti intellettuali del mondo occidentale secolarizzato.

Tuttavia un vivace dibattito comincia a delinearsi anche all'interno del mondo islamico intorno a questioni radicali come: qual è il vero messaggio originale dell'Islam? Si tratta forse dell'insieme di leggi e tradizioni che sono state elaborate lungo la sua storia e che, condensate nella sharia o legge islamica, si sono incrostate sul messaggio coranico primitivo formando un tutto unico, come molti movimenti islamisti pretendono (questi infatti hanno per fine l'applicazione della sharia alla lettera?). O invece il messaggio originario del Corano deve essere ritrovato nella sua primitiva ispirazione profetica, a monte della strumentalizzazione compiuta mediante le molte leggi e tradizioni, che hanno servito in realtà al potere di quello che possiamo chiamare l'«imperialismo religioso islamico?». Questo è il punto di vista di molti moderni riformisti musulmani, che intendono fare una revisione radicale di tutta la storia islamica per tornare alle vere radici dell'islam, cioè alla sua ispirazione originaria. In tal senso questi, e non i partigiani dei movimenti islamisti, dovrebbero essere chiamati i veri sostenitori di un «islam radicale».

Tipico, a proposito, è stato il pensatore sudanese Mahmud M. Taha, che invocava un ritorno all'islam del periodo meccano, cioè all'islam puramente religioso e profetieo, in contrasto con l'Islam del periodo medinese, cioè l'islam politicizzato. Per tali affermazioni fu condannato come eretico e giustiziato nel 1985.

L'islam e la modernità

Il confronto col mondo moderno non è un fatto recente nella storia islamica, come viene spesso affermato. Occorre ricordare che il sorgere e il maturare del «mondo moderno occidentale» è avvenuto di fronte e nel confronto con l'impero islamico ottomano che, fino alla fine della prima guerra mondiale, ha rappresentato una delle grandi potenze del Mediterraneo. Scambi e scontri fra i due mondi sono sempre esistiti. La spedizione di Napoleone in Egitto (1798) ha rappresentato un confronto più ravvicinato, e perciò più drammatico, fra mondo islamico e mondo occidentale. Per tale motivo tale data è stata scelta nei testi storici come il punto di partenza della «Rinascita del mondo arabo» (nahda).

La reazione degli autori più rappresentativi del mondo islamico all'impatto col mondo occidentale è stata un atteggiamento apologetico misto a un senso di invidia e frustrazione. Tutto ciò viene bene espresso dalla frase attribuita a Muhammad Abdu, pensatore egiziano della fine del secolo XIX-inizio XX: «In Europa ho visto musulmani senza Islam, mentre in Oriente ho visto un Islam senza musulmani». Tale detto voleva esprimere la convinzione che il progresso tecnico-scientifico realizzato dall'Europa avrebbe dovuto essere stato realizzato dall'islam per un suo presunto diritto di precedenza nel campo della scienza, dato che l'islam ha la coscienza di essere la vera religione. Storicamente è vero che l'islam ha saputo a suo tempo approfittare dell'apporto delle civiltà antiche, di quella greco-romana in particolare, per creare una sua propria civiltà in una vasta sintesi fra fede islamica e pensiero filosofico-scientifico antico. È pure vero che i pensatori musulmani non si sono accontentati di copiare gli antichi, ma hanno sviluppato in modo originale molti campi dello scibile umano come la filosofia, le scienze matematiche, biologiche e fisiche ecc. Tutto quel lavoro culturale ha costituito la «civiltà islamica medievale» che ha raggiunto splendori incontestabili. Questo può essere considerato un presupposto favorevole per l'islam. Su tale base è lecito aspettarsi che l'islam sia in grado di assorbire le scienze moderne per creare una nuova sintesi, e ipoteticamente una «civiltà islamica moderna», parallela a una «civiltà cristiana, induista o buddhista moderne».

L'attiva presenza dei musulmani a tutti i livelli della vita moderna è un segno che forse una nuova sintesi fra Islam e modernità è in corso. È vero che non si vedono ancora i frutti di questa nuova sintesi, mentre si assiste piuttosto al travaglio di uno scontro-incontro fra Islam e modernità; ma questo fatto non dovrebbe far concludere che una tale sintesi sia impossibile. La storia passata può essere vista come una prova in favore della fattibilità di un processo di sintesi fra Islam e modernità. Occorre tuttavia notare che il pensiero moderno è molto più critico di quanto lo fosse il pensiero antico, e che soprattutto la critica religiosa ha fatto dei passi enormi in tutti i campi. La storia del cristianesimo moderno sta a dimostrare quanto la sintesi fra fede e pensiero scientifico moderno sia motto più difficile e travagliata di quanto lo sia stata nel Medioevo la sintesi fra fede cristiana e pensiero antico.

L'islam sembra essere ancora all'inizio del cammino di una seria critica religiosa, cioè di una critica delle sue fonti storiche, il Corano e le tradizioni del Profeta. Esso ha ritenuto finora un tabù tali soggetti, proibendone la discussione e impiegando a tale scopo la coercizione fisica del potere economico e politico in mano ai governi islamici. Coloro, infatti, che si sono azzardati a sollevare delle questioni e domande in tale campo hanno incontrato la pronta condanna sia ufficiale sia popolare.

Il fenomeno del fanatismo islamico ha qualche ragione nella paura che una critica religiosa possa togliere la tranquilla sicurezza dell'apologetica e della compiaciuta auto-esaltazione della propaganda islamica tradizionale. Come sarà l'islam quando la critica religiosa avrà sfrondato il suo linguaggio mitologico prevalente ancora nelle sue espressioni ufficiali e comuni? Quando il Corano e le tradizioni del Profeta (le due fonti della fede islamica) saranno lette nella loro storicità, e forse appariranno molto «più umane» di quanto viene comunemente insegnato? Da tempo tali questioni sono state sollevate dalle ricerche dell'orientalismo occidentale. Ma le sue conclusioni sono state finora rifiutate e combattute dagli ambienti islamici, che hanno etichettato l'insieme come «colonialismo occidentale». Ma potrà l'islam continuare in tale atteggiamento?

Di fatto tali questioni sembrano ormai inevitabili, e l'ostracismo sistematico contro i pensatori più liberali, fino alla loro eliminazione fisica da parte delle tendenze più conservatici e fanatiche dell'islam, sta a dimostrare che l'islam stenta a fare il salto nella modernità, e che sono ancora molti coloro che preferiscono la tranquilla sicurezza dell'apologetica tradizionale del «bi-lakayfa», cioè «senza chiedere il perché», ai mari burrascosi della critica razionale della modernità. Tuttavia tale confronto non sembra possa essere evitato, e già ci sono dei pensatori musulmani che, almeno a livello personale, hanno in qualche modo iniziato una revisione critica delle fonti storiche dell'islam. Penso in particolare allo studioso di esegesi coranica, ora esiliato in Olanda, Nasr Abz Zayd, che cerca un nuovo accostamento al testo coranico basato sulle scienze linguistiche contemporanee. Questi pensatori coraggiosi possono costituire un punto di partenza per una più positiva presenza dell' islam nel «villaggio globale».

Il confronto con le altre religioni

La posizione classica dell'islam riguardo alle altre religioni è abbastanza chiara e definita. L'islam riconosce solo due religioni rivelate prima di sé: il giudaismo e il cristianesimo. Solo a queste due religioni è concesso il diritto di sopravvivenza nella società islamica, perché portatrici, sebbene in modo incompleto, di una parte della rivelazione divina. La loro presenza nella società islamica è però tollerata entro molti limiti e discriminazioni, definiti nella legge islamica (sharia) dallo statuto dei «protetti» (dhimmi). Infatti se queste due religioni creassero un pericolo per l'islam, esse pure possono essere accusate di fomentare «sedizione» (Etna) e quindi essere combattute.

Sulla base di tale principio, chiaro e incontrovertibile, nella storia dell'islam si sono sempre alternati periodi di tolleranza e periodi di «puritanesimo islamico», accompagnato da inquisizioni, vessazioni, fino a vere e proprie persecuzioni. Gli altri poi, coloro che appartengono ad altre religioni, sono considerati «infedeli» e non hanno, in linea di principio, diritto di sussistere in una società islamica. In pratica però molti altri gruppi religiosi furono tollerati nelle società islamiche, soprattutto quando una loro eliminazione in massa (si pensi agli zoroastriani della Persia e agli induisti dell'India) non era materialmente possibile.

Questa è la cosiddetta «tolleranza islamica», molte volte esaltata dalla propaganda islamica (e anche da molti occidentali ingenui) come il sommo della libertà religiosa. In realtà essa è stata sempre un'attitudine molto ambigua: è un lasciare sopravvivere l'altro finchè non nuoce ed è utile alla società islamica. In caso contrario si può usare la violenza contro di esso. A questo proposito si deve notare che la legislazione islamica al riguardo è stata elaborata nel contesto storico dell'«imperialismo islamico», in cui l'islam si era assicurato una posizione di dominio in tutti i campi della società.

Nel campo culturale si possono trovare due atteggiamenti. Uno esclusivista, che vede nel Corano il Libro di Dio, con tutto quello che il credente deve sapere senza bisogno di ricorrere a fonti estranee. Indicativo a proposito è il famoso detto attribuito a Umar, il secondo califfo, riguardo alla biblioteca di Alessandria: «O essa contiene ciò che c'è nel Corano, e allora è inutile, o essa contiene ciò che va contro il Corano e allora deve essere distrutta». Tale detto non è storicamente certo, e tuttavia bene esprime un atteggiamento abbastanza diffuso fra molti musulmani, che guardano al Corano come il Libro di Dio che contiene tutto lo scibile umano; chi lo apprende non ha bisogno di altro. Anche oggi, un popolare propagandista musulmano della televisione egiziana, Mustafa Mahmud, cerca di ricavare, dai versetti coranici, con ragionamenti sottili e cavillosi, le più recenti scoperte della scienza moderna: una pretesa in fondo infantile, comune a molti movimenti fondamentalisti islamici. Questi pretendono di ritornare al «solo e puro» Corano senza interpretazioni, non accorgendosi che questa attitudine è già un'interpretazione del testo coranico.

Ma accanto a questo atteggiamento di chiusura e di rifiuto del «diverso» si è sviluppata anche nell'islam una ricerca della scienza «... fino alla Cina», secondo un altro famoso detto del profeta Muhammad. Tale ricerca è stata più esplicita nel campo filosofico e scientifico. In questi campi i musulmani del passato non hanno avuto problemi di riconoscere l'origine straniera dei loro pensieri e sistemi. Più reticenza c'è stata nel campo religioso. Qui si nota come detti e pensieri di altre religioni sono stati importati nell'islam travestiti «con veste islamica», in modo da essere accettati senza obiezione. In tal modo un'enorme quantità del retaggio religioso medio-orientale è entrato in islam. Famoso è un hadith, che ricalca quasi alla lettera il Padre nostro cristiano, e che è stato tramandato dalla tradizione islamica come uno dei detti di... Muhammad! Occorre inoltre notare che l'islam tende poco per volta ad arabizzare le culture dei popoli convertiti, poiché araba è la cultura del suo momento fondante: il Corano e le tradizioni attribuite a Muhammad.

È compatibile tale atteggiamento di chiusura, di sapore ancora tribale, con la nuova situazione dell'umanità nel «villaggio globale» ? Anche su questo punto nuove aperture di fondo sono necessarie; il «diverso» non può essere visto solo come il «nemico» da combattere, sfigurando la sua verità per far trionfare la propria. Una mutua conoscenza obiettiva a critica sembra essere una premessa indispensabile per una pacifica convivenza fra tradizioni religiose diverse. Si deve andare oltre I'ambigua tolleranza della tradizione islamica, verso una reale convivenza umana in cui a tutti sono riconosciuti pari diritti.

Anche qui possiamo vedere in certe aperture storiche dell'islam (penso in particolare al mondo dei filosofi e dei mistici, in cui si può notare una maggiore apertura verso altre tradizioni religiose, rispetto al mondo dei teologi/giuristi che è rimasto in genere in posizione piuttosto polemica verso di esse), delle premesse per un incontro nuovo e più positivo tra l'islam e le altre tradizioni religiose. Certo occorrono dei coraggiosi pionieri che inizino un cammino di apertura verso le altre tradizioni religiose non islamiche, anche se questo potrà comportare degli ostracismi e delle persecuzioni da parte di molti integralisti che vedono in ciò un «uscire dalla vera religione».

I diritti e la giustizia

In Occidente, dopo secolare travaglio di pensiero e di lotte fra le varie fazioni religiose, si è maturato un nuovo senso dei diritti fondamentali della persona umana, soprattutto della sua libertà personale di coscienza e d'espressione, dei suoi diritti sociali e politici. È su tale nuova coscienza che si basano i sistemi democratici moderni. Questi sistemi, pur con i loro limiti storici, garantiscono una convivenza pacifica fra religioni e ideologie diverse. Anche su questo punto è difficile pensare che si possa tornare indietro verso società mono-culturali, mono-ideologiche, monoreligiose ecc. Il futuro del «villaggio globale» esige una reale convivenza nel rispetto reciproco di un pluralismo di religioni e d'ideologie. E perciò urgente dare alle società dei futuro una base giuridica affinché tale convivenza pluralista sia accettata e sostenuta da tutti.

Su questo punto però ci si scontra con la realtà della legge islamica, che per secoli ha ordinato la vita delle società islamiche sotto l'egida dell'accettato «imperialismo religioso islamico». Si constata che gli stati islamici fanno fatica ad accettare la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, proclamata dalle Nazioni Unite nel 1948. Essi infatti hanno elaborato nel 1981 una propria Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, secondo la legge islamica, con affermazioni non prive di ambiguità. L'islam non accetta di mettersi al livello delle altre religioni sul piano sociale, soprattutto quando esso rappresenta la maggioranza di un paese. In breve, pluralismo religioso e culturale, democrazia e diritti umani sono aspetti della società moderna che trovano molti ostacoli a essere accettati nelle società islamiche.

Anche qui occorrono pionieri coraggiosi che, anche a rischio della loro vita, difendano i diritti fondamentali di ogni persona umana e di tutta la persona umana all'interno delle società islamiche. Nella sua storia l'islam ha conosciuto un grande numero di persone che sono state qualificate come «martiri di Dio» (shuhada), cioè persone che sono morte per «la causa di Dio» in guerra contro gli infedeli e i nemici di Dio. Purtroppo la realtà storica mostra che essi sono morti il più delle volte per gli interessi dei vari imperialismi islamici che si sono susseguiti sulla scena della storia. È forse venuto il momento che anche l'islam conosca dei «martiri per la libertà», cioè per i diritti della persona umana in quanto tale, al di là di ogni appartenenza religiosa e culturale. Si può sperare che l'impegno di questi nuovi martiri musulmani possa liberare prima di tutto l'islam stesso dalla presa del tribalismo religioso, che è rappresentato ora dai vari movimenti fondamentalisti e integralisti islamici.

 

Ref.: Il Regno (Quindicinale di attualità e documenti), Anno XLVIII, n. 917, 15 gennaio 2003, pp. 50-53.