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S.E.
Rev. Card. Paul Poupard - Presidente dei Pontificio Consiglio
della Cultura E' per me un grande onore ed una vera gioia poterVi incontrare in occasione dell'inaugurazione del nuovo anno culturale della Fondazione Giuseppe Toniolo, prestigiosa istituzione voluta dalla Chiesa locale per intraprendere progetti di collaborazione culturale e sociale tra il mondo della cultura e quello economico del territorio veronese. Sono, perciò, veramente grato a Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Flavio Roberto Carraro, per il cortese invito che ha voluto rivolgermi e per la Sua cortese ospitalità. Ringrazio anche tutti coloro che hanno organizzato questo incontro, in particolare Don Adriano Vincenzi, Presidente della Fondazione, che con generosità e competenza anima il prezioso impegno culturale e sociale della Istituzione, di cui potete certamente essere fieri. Rivolgo, poi, il mio cordiale saluto aIle autorità cittadine, agli uomini di cultura e agli imprenditori, e a tutti voi presenti, ringraziandovi per la gentile accoglienza nella vostra città, ricca di storia, di bellezze artistiche ma anche di talenti umani che, nel presente, possono produrre progetti davvero importanti e significativi. Saluto particolarmente, poi, con viva cordialità, il Dott. Ettore Bernabei, Presidente di Lux Vide, che con me condivide la gioia di questa inaugurazione. Il mio intervento vuole introdurre e presentare le motivazioni di fondo della vostra azione e dei vostri progetti, in cui si cerca di coniugare intelligentemente fede e vita, cultura ed economia, realtà che nella prassi quotidiana sembrano spesso essere concorrenziali, escludendosi a vicenda. Vorrei manifestarvi, invece, la mia profonda convinzione a riguardo: queste dimensioni dell'esperienza umana progrediscono veramente solo se crescono e maturano sinergicamente nel dialogo e nel confronto, nel reciproco e complementare arricchimento. Sviluppo, allora, la mia riflessione in tre punti essenziali: 1. Fede a cultura nel terzo millennio; 2. Fede e cultura in dialogo per un nuovo umanesimo cristiano; 3. Inculturazione del Vangelo ed evangelizzazione delle culture. I. Fede e cultura nel III Millennio 1. Che cosa è la fede? Che cosa è la fede, se non l'adesione alla buona novella di Gesù Cristo? Un uomo di fede è un uomo the crede. Un cristiano è un uomo che crede in Gesù Cristo. Che cosa vuol dire essere cristiano oggi? Che cosa risponde la nostra intelligenza, allorché è spinto dalla fede a rispondere a questa insistente domanda? Certamente vuol dire credere che Gesù è il Cristo, il Figlio del Dio vivente, a voler vivere il suo messaggio d'amore nella complessità della vita quotidiana. Ancora: che la sua parola è ogni giorno attualmente valida, propositiva e nutritiva per tutti noi, la strada che Egli ha aperto rimane sempre la nostra sola speranza, fede nell'amore: Cristo, nostra speranza, diceva San Paolo. Cristo, nostra speranza, ripetiamo noi oggi. Quindi, per il cristiano, vivere vuol dire credere. E agire significa sperare, lavorare, amare con tutta l'intelligenza, con tutte le forze. La fede si offre alla nostra intelligenza come pedagogia aperta sull'universale dell'uomo e verso l'infinito di Dio. Questo è il progetto creatore di una nuova cultura cristiana per il nostro tempo, erede di due millenni di cristianesimo e portatrice di un avvenire illimitato. La fede non è passata come la bella addormentata nelle nostre memorie assopite, ma rimane lievito attivo nelle nostre intelligenze sveglie. La fiamma si estingue se non si comunica, e la fede viene meno se non si condivide. Pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi, secondo il programma tracciato dall'apostolo Pietro (1 Pt. 3,15), ci sentiamo chiamati a mobilitare tutte le nostre risorse intellettuali. Così, ad esempio, alla vigilia del II Sinodo dei Vescovi per l'Europa, il Pontificio Consiglio della Cultura, di cui mi onoro di essere il Presidente, ha organizzato il II Simposio presinodale sulla cultura, avente come tema: Cristo sorgente di una nuova cultura per l'Europa del terzo millennio"(1) e svoltosi in Vaticano dall' 11 al 14 gennaio 1999. Numerosi intellettuali e personalità di prestigio, provenienti da tutta l'Europa, hanno riaffermato la validità e la necessità di un sempre più profondo e proficuo legame tra fede e cultura, in vista della Nuova Evangelizzazione. La fede, per le nostre intelligenze, non è il fantoccio di sale che si dissolve nel mare senza rive, ma, sul vasto oceano della vita, è il fermento che fa lievitare il pane. E' quel che diceva, in termini decisi, il Cardinale Karol Wojtyla nel suo rapporto teologico al Sinodo dei Vescovi il 18 ottobre 1974: "Oggi, è necessario unire nella teoria e nella pratica la certezza divina e la persuasione e la certezza umana. In effetti, la fede ha un suo proprio significato antropologico ed una grande importanza nella vita e nella autoformazione dell'uomo, così come nella vita e nella cultura di ogni società. La fede non è alienante per lo spirito umano. Essa gli permette di definirsi, grazie alla comunione con Dio. Non si può avere una vera cultura umana senza un rapporto con Dio".(2) Di qui nasce il problema. A che punto siamo con la cultura, nel mondo di oggi? 2. Che cosa è la cultura? Per la prima volta nella sua storia, la Chiesa cattolica, per bocca dei suoi Vescovi provenienti da tutte le parti del mondo e radunati intorno al successore di Pietro nel Concilio Ecumenico Vaticano II, ha risposto a questo quesito nella Costituzione Pastorale Gaudium et Spes (n. 53): "E' proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente umano se non mediante la cultura, coltivando cioè i beni e i valori della natura. Perciò ogni qual volta si tratta della vita umana, natura e cultura sono quarto mai strettamente connesse. Con il termine generico di 'cultura' si vogliono indicare tutti quei mezzi con i quali l'uomo affina ed esplica le molteplici sue doti di anima e di corpo; procura di ridurre in suo potere il cosmo stesso con la conoscenza e il lavoro; rende più umana la vita sociale sia nella famiglia che in tutta la società civile, mediante il progresso del costume e delle istituzioni; infine, con l'andar del tempo, esprime, comunica e conserva nelle sue opere le grandi esperienze e aspirazioni spirituali, affinché possano servire al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano". Giovanni Paolo II ci ricorda che la cultura è quella forma peculiare con cui gli uomini esprimono e sviluppano le loro relazioni con il creato, fra di loro e con Dio, formando l'insieme dei valori che caratterizzano un popolo e i tratti che lo definiscono. Intesa in questo modo, la cultura ha un'importanza fondamentale per la vita delle nazioni e per lo sviluppo dei valori umani più autentici. La Chiesa si avvicina, con la sua parola e la sua azione, alla cultura. Non si identifica con nessuna cultura in particolare, ma è vicina a tutte con spirito aperto. La cultura presenta necessariamente un aspetto storico e sociale, e la voce 'cultura' assume spesso un significato sociologico ed etnologico. In questo senso si parla di pluralità delle culture. Infatti dal diverso modo di far use delle cose, di lavorare, di esprimersi, di praticare la religione e di formare i costumi, di fare le leggi e creare gli istituti giuridici, di sviluppare le scienze e le arti e di coltivare il bello, hanno origine le diverse condizioni comuni di vita e le diverse maniere di organizzare i beni della vita. Così dalle usanze tradizionali si forma il patrimonio proprio di ciascuna comunità umana. C'è dunque una cultura, nel senso più creativo, dello sviluppo, della riflessione, dell'espressione e della comunicazione umana. C'è anche una cultura nel senso più descrittivo degli stili di vita e delle immagini sociali dominanti. La prima è una cultura autocosciente, mentre la seconda è spesso ricevuta in modo più passivo, quasi come l'aria che si respira. Entrambi i livelli di cultura sono rilevanti per il loro rapporto di chiusura o di apertura alla fede. Il problema ora appare nella sua chiarezza. Se la cultura, in entrambi i casi, è espressione della piena umanità dell'uomo, e se la fede cattolica ha come vocazione essenziale quella di mostrare e proporre all'uomo la sua pima umanità in Cristo, è ben evidente che la fede stessa deve diventare cultura per essere pienamente fede, sia nell'ambito della creatività, sia in quello degli stili di vita. Qual'è, a questo riguardo, la situazione del mondo di oggi? L'avvenire, ci dice il Concilio Vaticano II, appartiene a quanti avranno saputo dare alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza. I nostri padri erano gli eredi di una cultura segnata dalla universalità, sicuramente più omogenea, perché animata dalla fede, che dava agli uomini la chiave della loro esistenza e ispirava la loro vita, insegnando loro che cosa volesse dire vivere, amare, soffrire, morire. Tutta la vita personale, familiare e sociale ne era impregnata. Era una cultura cristiana, poiché l'uomo sapeva di essere figlio di Dio, chiamato a vivere da figlio di Dio, senz'altro peccatore, ma salvato da Cristo e sostenuto da Lui nel suo cammino attraverso le gioie e le prove della vita, verso l'eternità. Ma fede e cultura si sono dissociate, Dio e l'uomo si incontrano sempre più difficilmente: questa è la drammatica situazione che perdura, con nuovi accenti, nel nostro tempo, secondo la diagnosi severa, ma lucida di Paolo VI. 3. Le sfide del presente Economia, politica, famiglia, università e mezzi di comunicazione, sono gli ambiti che più di tutti hanno subito in questi anni scissioni e frammentazioni, vivendo cambiamenti epocali a volte veramente drammatici. Gli attuali fenomeni disgregativi nati sotto l'egida di una cultura autonomistica, hanno portato al pensiero debole e all'autonomia assoluta del soggetto. Il dramma delle culture moderne con le quali ci troviamo in dialogo, è il dramma generato dai maestri del sospetto, Marx, Freud, Nietzsche e Sartre, che hanno voluto fare dell'uomo un Dio contro Dio. "Non è vero che l'uomo non può organizzare la terra senza Dio. Ciò che è vero è che, senza Dio, può solo organizzarla contro l'uomo. L'umanesimo esclusivo è un umanesimo inumano". Queste premonitrici parole di Henri de Lubac, riprese da Paolo VI nell'Enciclica Populorum Progressio, annunciano il dramma dell'umanesimo ateo e delle culture the ad esso si sono ispirate.(3) La cultura cristiana, nata nel segno dell'universalismo evangelico, ha subito più di ogni altra la meta-tentazione della modernità, che considera l'uomo come assoluto, mentre l'uomo assume un senso solo come immagine e somiglianza di Dio, fuori del quale non è, secondo la formula di Jean-Paul Sartre, "che una passione inutile". La crisi culturale del nostro tempo è non soltanto una crisi di contenuti, ma di identità, nella propria umanità con la perdita della gioia che ne deriva, fonte di vera creazione umana. Quali sono, in estrema sintesi, i fattori che maggiormente incidono sulla cultura attuale e sul rapporto fede e cultura? 1) La crisi della verità oggettiva. La cultura contemporanea sembra davvero una cultura alla Pilato: si interroga e non risponde. Alan Bloom, nel suo saggio sulla cultura americana L'Ame désarmée, scrive in modo provocatorio nel prologo: "Sue frontali delle università americane, si dovrebbe scrivere: "Piuttosto che insegnare: la verità non esiste, qui si insegna che non si sa se esiste una verità". Il rapporto tra soggettivo ed oggettivo, cultura e verità, libertà e norma, diventa conflittuale, e non poche volte estremamente confuso ed ambiguo. 2) La situazione di povertà spirituale venutasi a creare spiega il successo delle credenze parallele, ecclettiche e sincretistiche, segnate dal ritorno della astrologia, delle pratiche esoteriche, per non parlare dei culti satanici. La cosiddetta New Age è il calderone in cui convergono gli elementi pseudoreligiosi e culturali più disparate. La rivoluzione dei costume si adatta a questo umanesimo secolare, considerandolo un referente spirituale. 3) Il pluralismo culturale, su cui tanto si discute distinguendo tra multiculturalismo, interculturalismo etc., propone nuovi aspetti del problema a richiede un profondo impegno di discernimento. Lo sottolinea il Cardinale Ruini nel tracciare le linee fondamentali entro le quali situare l'impegnativo e coraggioso "Progetto culturale orientato in senso cristiano": "Bisogna essere consapevoli che ogni pluralismo, anche di tipo culturale, per i credenti non può essere un dato assoluto e senza limiti, ma deve sempre fare riferimento ai contenuti essenziali della fede, con ciò che essi implicano per l'interpretazione, teorica e pratica, dell'uomo, della vita e della realtà".(4) Accanto al pluralismo culturale va considerato, con grande attenzione, il fenomeno del pluralismo religioso, determinato soprattutto dall'accentuarsi, negli ultimi decenni, dei fenomeni emigratori. Gran parte di coloro che si traferiscono in Europa per cercare un lavoro ed una situazione umana più dignitosa, appartengono alla religione musulmana o comunque non sono cristiani. Le nostre città, come pure piccoli paesi, si trovano perciò ad affrontare una vera emergenza determinata dalla presenza di altre forme religiose che, spesso, mal si conciliano con i costumi occidentali e con la cultura o la visione religiosa dei nostri paesi. Il fondamentalismo islamico e la conseguente visione teocratica delle istituzioni pubbliche, viene percepito, soprattutto nei suoi riflessi politici, come totalmente estraneo alla vita democratica e civile alla quale siamo ormai tutti abituati. A livello religioso sembra, poi, molto difficile riuscire a stabilire un vero dialogo, data anche la grande frammentazione del mondo islamico occidentale in numerosi gruppi e correnti. 4) Altro aspetto problematico è la iperspecializzazione e la ipersettorialità delle scienze e delle tecniche che frantumano l'unità del sapere, privilegiando soltanto alcuni settori di ricerca a discapito di altri. In questo contesto trovano ampio spazio due forme di attività umana che esaltano il pragmatismo e la ricerca del risultato immediato. Le moderne tecnologie da una parte, con i loro straordinari ed impressionanti quarto rapidi cambiamenti, e le dinamiche economiche-finanziarie dall'altra, sembrano ormai due colossi che occupano il posto finora riservato alla cultura, alla riflessione, alla ricerca, omologando linguaggi ed esperienze, producendo il complesso fenomeno della globalizzazione, che rischia di schiacciare e distruggere le ricchezze culturali e tradizionali dei popoli. L'aspetto forse più rilevante ed appariscente della globalizzazione ci viene offerto dal mondo della comunicazione, dei mass media. La "terza rivoluzione industriale", come è stata definita, è rappresentata dall'innovazione tecnologica dei mezzi di comunicazione e dagli straordinari progressi dell'informatica. Senza questo supporto tecnologico sarebbe difficile, se non impossibile, concepire la stessa globalizzazione. L'affermarsi di nuovi mezzi di comunicazione con potenzialità straordinarie e mai prima immaginate, stravolge i modi di comunicare vigenti da secoli. Lo sviluppo impressionante di Internet e di altri sistemi comunicativi, ad esempio la trasmissione via satellite, ha reso il nostro mondo davvero un villaggio in cui tutti possono, in tempo reale, comunicare con tutti, scambiando una quantità davvero stupefacente di dati e informazioni in pochi minuti. Paradossalmente, però, alla frequenza e alla velocità delle comunicazioni non corrisponde la qualità e profondità della comunicazione. E', questo, uno dei dati contraddittori ed emblematici del nostro tempo: più si comunica, più povera, vuota e insignificante diventa la comunicazione. C'è da chiedersi quale comunicazione umana, e quindi quale cultura, può derivare da questi rapidi e macroscopici cambiamenti. Di questo si occupa anche il Documento del Pontificio Consiglio della Cultura dal titolo "Per una Pastorale della Cultura", pubblicato il 23 maggio del 1999. In esso si afferma: "I media, che danno accesso all'informazione 'in diretta', sopprimono la distanza di spazio e di tempo, ma soprattutto trasformano la maniera di percepire le cose: la realtà cede il passo a ciò che di essa viene mostrato. Perciò la ripetizione continua di informazioni scelte diventa un fattore determinante per creare un'opinione considerata pubblica" (Ivi, n. 33). "L'innovazione più sorprendente nel campo della tecnologia della comunicazione — si afferma nel Documento — è probabilmente la rete Internet. Come ogni tecnica nuova, neanche quest'ultima manca di suscitare timori, purtroppo giustificati da un uso dannoso, e richiede una costante vigilanza e un'informazione seria. Non si tratta soltanto della moralità del suo uso, ma anche delle conseguenze radicalmente nuove che esso determina: perdita del 'peso specifico' delle informazioni, appiattimento dei messaggi ridotti a pura informazione, assenza di reazioni inerenti ai messaggi della rete da parte di persone responsabili, effetto dissuasivo quanto ai rapporti interpersonali" (Ivi, n. 9). In the modo, allora, preparare i cristiani a trasformare la cultura, soggetta ai potenti condizionamenti che abbiamo passato velocemente in rassegna, per riaffermare un vero umanesimo cristiano? Il. Fede e cultura in dialogo per un nuovo umanesimo Il momento attuale richiede un rinnovato progetto di cultura cristiana.(5) Infatti, l'analisi della rottura tra fede e cultura sarebbe sterile e nociva, se comportasse da parte dei cristiani una rinuncia collettiva e il riconoscimento della propria impotenza. Essa deve invece condurci tutti ad un rinnovarnento di iniziative e di creatività in tutti i settori in cui si gioca il futuro della nostra cultura, dall'economia al mondo delle comunicazioni, dall'informatica alla politica. 1. La fede non è un semplice valore culturale tra gli altri La fede non è, né può essere considerata un semplice valore culturale tra le altre diverse culture. Ne deriva, altrimenti uno scetticismo ed un relativismo pericoloso quanto profondo, che rende sterile la nostra cultura dominante, con le sue manifestazioni più superficiali. Molteplice nelle sue manifestazioni, incerta dei suoi valori, la nostra cultura vacilla sulle sue certezze e comincia perfino a dubitare della sua ragion d'essere, di vivere, di sperare. Così il dubbio profondo s'impadronisce dell'uomo. Di conseguenza, il dialogo tra fede e culture non può, senza grave infedeltà, camuffarsi in discorso culturale, adattato al gusto degli ascoltatori. La fede cristiana non chiede di sfuggire alla propria cultura, ma di aprirla al fermento cristiano, riproponendo i valori di un rinnovato umanesimo cristiano. E' questo proprio l'orizzonte di lavoro che il Pontificio Consiglio della Cultura si è dato all'alba del Terzo Millennio.(6) 2. Dipende anche da noi ridare all'Europa la sua anima Quando la fede non alimenta e non ispira più una cultura, questa si sviluppa secondo le linea di forza dell'ideologia dominante che isola progressivamente, snatura e respinge l'apporto cristiano. E' l'esperienza drammatica dell'Europa del nostro tempo, sulla quale Giovanni Paolo II non cessa di attirare l'attenzione: 'La crisi della cultura europea è la crisi dells cultura cristiana... L'ateismo europeo è una sfida che si comprende nell'orizzonte di una coscienza cristiana... Il secolarismo, che l'Europa ha diffuso nel mondo col pericolo di inaridire rigogliose culture dei popoli di altri continenti, si è alimentato e si alimenta alla concezione biblica della creazione e del rapporto uomocosmo... I rimedi e le soluzioni andranno cercati all'interno della Chiesa e del Cristianesimo, e cioè nella verità e nella grazia di Cristo, Redentore dell'uomo, centro del cosmo e della storia... Dipenderà anche da noi se l'Europa ritroverà la sua anima nella civiltà della vita, dell'amore e della speranza".(7) 3. Ridare il senso dell'uomo alle culture e una vera cultura all'uomo Per realizzare questo programma, è necessario dapprima ritrovare nella fede, per incarnarla nelle culture di oggi, una vera idea dell'uomo, proprio quella che ci viene data dal Vangelo, cioè scoperta dells nostra identità profonda in Gesù Cristo, Uomo perfetto, e nello stesso tempo Dio. E' questa idea dell'uomo, magnificamente espressa dalle parole di Pascal: "L'uomo supera infinitamente l'uomo", che aveva generato la cultura cristiana dei secoli passati. Questa idea ha lasciato una nostalgia durevole, testimoniata dai malinconici versi del poeta Lautremont: "Mi hanno detto che ero figlio di uomo e di donna. Io credevo di essere molto di più". La cultura contemporanea, con la sua antropologia chiusa al trascendente, ha letteralmente mutilato l'uomo. E' cosa urgente liberarlo da questa prigione immanente, riaprirgli quell'orizzonte infinito senza il quale egli si distrugge. Ecco il primo compito: ridare un senso, il vero senso, alla vita. Si tratta dunque di tradurre negli immensi campi della conoscenza e delle arti, della comunicazione e dell'economia, della vita familiare e sociale, professionale e politica, questa idea ritrovata dell'uomo, uomo il cui mistero profondo può essere illuminato soltanto nel mistero del Verbo incarnato.(8) Le conseguenze che ne derivano sono la priorità dell'etica sulla tecnica, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia, in breve, dell'essere sull'avere, del soggetto sull'oggetto. Sostenuta e illuminata dalle verità della fede, la cultura tornerà ad essere lievito e germe di novità a rinnovamento nel cuore della città temporale. Come un incitamento, una linfa, un fermento, i valori del vero, del bene, del bello, del giusto e dell'equo sono l'unico fondamento duraturo dell'esistenza e si traducono in comportamenti etici che sono il segno di un'autentica umanità: la ricerca della verità, l'inclinazione al bene, la sete di libertà, la nostalgia del bello, il rispetto della dignità umana, la lotta contro l'ingiustizia, la difesa dei diritti dell'uomo, in particolare dei poveri e degli oppressi, la ricerca della riconciliazione tra persone e gruppi umani, classi sociali e razze, la ricerca continua della pace tra i popoli. Ecco la vera cultura, che manifesta l'uomo in tutta la sua pienezza, in tutte le sue dimensioni. La vera cultura umanizza l'uomo e tutta l'umanità. Giovanni Paolo II lo ripete con accenti vibranti, affermando il legame organico e costitutivo tra cristianesimo e cultura e dunque con l'uomo nella sua stessa umanità. La cultura, infatti, è dell'uomo, parte dall'uomo, è per l'uomo. L'uomo è il centro, l'asse cui si riferisce ogni espressione di cultura. La cultura è ciò con cui l'uomo, in quanto tale, si fa più uomo. La vera cultura è dunque una umanizzazione integrale, in ogni campo della vita personale e sociale, dell'uomo che è pienamente sé stesso, non quando si esaurisce nel volersi affermare come rivale di Dio, ma quando scopre di essere la sua immagine. Tutte le culture sono chiamate, dunque, ad uscire dalla superficialità che confonde per ritrovare la loro funzione vitale: essere l'ethos dei popoli, il loro modo per affermare la dignità e l'autenticità umana.(9) III. Incarnazione ed inculturazione All'alba del terzo millennio, il Cristianesimo incarna la nostra comune origine di figli di Dio, e dunque quella fratellanza fondamenta della civiltà dell'amore. "Più che mai, in effetti, l'uomo è gravemente minacciato dall'anticultura, che si rivela, tra l'altro, nella crescente violenza, nelle lotte mortali, nello sfruttamento di istinti e interessi egoistici. Lavorando per il progresso della cultura, la Chiesa cerca, senza sosta, di far si che la saggezza collettiva prevalga sugli interessi che dividono. Bisogna permettere alle nostre generazioni di costruire una cultura della pace".(10) Nessuno, infatti, può vivere senza amore. Si tratta di una sfida gigantesca. Per raccoglierla, i credenti dispongono di convinzioni profonde, su cui possono costruire in modo solido, in una Europa che, malgrado i fenomeni prima accennati, resta profondamente impregnata di valori cristiani.(11) Orbene, è chiaro che i cristiani devono rispondere alle sfide del mondo moderno globalizzato e mostrare, con la loro azione paziente e coraggiosa, come l'ideale cristiano sia nuovamente capace di infondere nella cultura, come nell'economia e nella politica, quelle energie vitali attinte dalla parola e dalla presenza di Cristo. Così fecero i nostri primi padri nella fede, così hanno fatto tutte le generazioni cristiane, quando hanno adempiuto il compito magnifico, che oggi è il nostro, di incarnare la fede in Cristo nelle nuove culture. 1. Incarnazione e inculturazione, morte e risurrezione Incarnare la fede nella cultura non significa per la fede assimilazione alla cultura dell'ambiente. Gesù stesso ci insegna che ogni compimento comprende insieme continuità e rottura. Egli stesso ha posto limiti ben definiti alla sua inculturazione, non si è conformato in tutto alla cultura del suo popolo, anzi si è opposto nettamente a diversi aspetti di questa cultura. Possiamo dire che la Passione di Gesù comprese un aspetto di rigetto culturale. L'inculturazione non si esaurisce con l'incarnazione, prosegue con il mistero pasquale di morte e risurrezione e culmina nel miracolo linguistico di Pentecoste. L'incarnazione comprende anche la crocifissione. Questo fatto non va dimenticato, quando si tratta di definire il rapporto tra incarnazione e inculturazione. Non va nemmeno dimenticato che la crocifissione sboccia nella risurrezione, la quale non è un ritorno alla vita terrestre, alla cultura di un luogo e di un tempo, ma una nuova creazione, liberata dai precedenti condizionamenti. E la Pentecoste non è il rinchiudersi nella nostra propria cultura, ma esattamente il contrario: aprirle tutte alla meraviglia di Dio. Ma come continuare a vivere e rendere attuale ed efficace il prodigio della Pentecoste, se non col dialogo e attraverso la testimonianza? 2. Il dialogo Tre qualità sono essenziali per il diaIogo tra la fede e le culture all'alba del III millennio: umiltà, amore per la verità, carità. Questo dialogo infatti non è astratto scambio di idee, ma incontro concreto di persone. L'umiltà s'impone al credente come un imperativo vitale, quando gli si "chiede ragione della speranza che si trova in lui" (1 Pt. 3,15). Tanti uomini di buona volontà cercano le certezze che toccano in profondità il destino dell'uomo. Ma tali certezze non vanno gelosamente custodite, o rilasciate senza amore. Il tesoro si scioglie tra le mani dell'avaro. Chi, in effetti, potrebbe lusingarsi di ricevere il dono della fede, se rifiutasse poi d'esprimere e di comunicare questo dono nella semplicità e nella dolcezza? Amore per la verità. Tale amore è una virtù dell'essere. Libera la fede da tutte le sue insufficienze, deviazioni, cattive convinzioni. Paolo VI, nella sua prima Enciclica, la Ecclesiam Suam, ci invita a mettere in evidenza la presentazione del messaggio divino purificata da certe forme imperfette di linguaggio e di culto. Dobbiamo sforzarci di renderle quanto più possibile pure e trasparenti per tradurre meglio il sacro di cui esse sono il segno. L'indifferenza religiosa così diffusa nella cultura d'oggi, e insinuata nelle coscienze stesse dei credenti, ci costringe ad uno sforzo rinnovato di pensiero nella adesione alla Verità. Imparare a ben pensare è il sempre attuale suggerimento che ci proviene dalla penna di Pascal. Rimane la necessità primaria di porre in atto un corretto agire. Quanti battezzati sono divenuti estranei a una fede che forse non hanno inculturato in se stessi veramente, perché nessuno li aveva aiutati ad assimilarla! Per svilupparsi, il seme della fede ha bisogno di essere nutrito della parola di Dio, dei sacramenti, di tutto l'insegnamento della Chiesa e in un clima di preghie ra. Il dialogo della salvezza è un dialogo di verità nella carità, per parlare così di Dio all'uomo post-moderno.(12) Carità. Il dialogo richiede anche la virtù dei forti e dei pazienti: sorge dall'amore, si nutre dell'amore, conduce all'amore, la carità fraterna, radicata nella carità di Cristo. Tutti questi contatti, incontri, conversazioni sono come l'adempimento e la dilatazione della conversazione permanente che il Cristo, e Lui solo — tramite il ministero della Chiesa — ingaggia con ogni coscienza umana. Noi siamo soltanto i servitori di questo colloquio segreto. 3. La testimonianza: vivere nella cultura alla luce della fede Una altra esigenza s'impone nel dialogo con le culture odierne: la testimonianza. Essa deve essere insieme testimonianza del pensiero e della vita. Il mondo spesso se ne stupisce. Il cristiano non aspetta il consenso e l'applauso dell'opinione pubblica per fissare la sua linea di condotta morale. Se il caso lo richiede, non ha neppure paura di andare controcorrente nei confronti della mentalità dominante. Oggi i sondaggi che si moltiplicano diventano spesso mezzi di pressione per l'uomo che vuol essere al passo coi gusti mutevoli del giorno. Ma il sociologo Peter Berger scriveva con una punta di umorismo: "Colui che vuole sposare lo spirito del suo tempo, sarà ben presto vedovo".(13) Il cristiano non ha paura di passare per anticonformista. La sua regola di condotta è quella che San Paolo insegnava ai cristiani di Roma, nel cuore della capitale pagana dei Cesari: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente" (Rom. 12,1). Questa testimonianza di fede risveglia la coscienza di un mondo spesso assopito e distratto come il nostro. Questo orientamento può essere sintetizzato indue parole: "vivere diversamente". Vale a dire: vivere nella cultura alla luce della fade cristiana. E' questo che il Vangelo attende da noi cristiani: non avere paura della propria identità cristiana. Questo "vivere diversamente" implica delle condizioni strutturali di vita di preghiera, dipratica sacramentale, di partecipazione alla vita della comunità ecclesiale. La Chiesa, oggi più che mai, ha bisogno di cristiani maturi, adulti, pienamente responsabili della propria vocazione e missione. Conclusione Diciamolo pure. Le culture dal nostro tempo, allontanandosi dal Vangelo, divenendo estranee al messaggio umanizzante di Cristo, divengono meno umane per non dire disumane. C'è una relazione intrinseca tra crisi della cultura e crisi della fede. II Cristianesimo ricompone con fiducia il tessuto lacerato e ritrova l'unità vitale tra la cultura che incarna la fede e la fede che la rende creativa ed umana. L'incontro con Cristo comporta, in effetti, una visione nuova, originale, inesauribile, dell'esistenza. Rivela l'uomo a sé stesso; gli insegna chi è, da dove viene e dove va. Gli rivela tutta la sua verità e fa appello alla sua responsabilità. Questo incontro con Cristo soddisfa un bisogno vitale dell'uomo: dare un senso alla propria esistenza, un orientamento alla propria vita, uno scopo alla sua azione, una finalità al suo lavoro, una ragione alla sua sofferenza, una pienezza al suo amore. 1. Una cultura generata dalla fede Le società con la cultura scientifica, tecnica ed economica più sviluppata si trovano — ci dice Giovanni Paolo II davanti alla crisi specifica dell'uomo the consiste in un crescente venir meno di fiducia nei confronti della propria umanità, dal significato dal fatto di essere uomini, dell'affermazione e della gioia che ne derivano. In Cristo, la verità è venuta neI mondo ed ha riempito la mente e il cuore degli uomini. Di conseguenza il pensiero e l'azione dell'uomo acquista tutto il suo valore solamente se si conforma ad essa e Ia accetta come supremo metro di giudizio e come decisivo criterio di azione. Esiste quindi, e non si deve temere di affermarlo, una qualificazione cristiana della cultura, perché la fede in Cristo non è un puro e semplice valore tra i valori che le diverse culture enucleano. La cultura generata dalla fede è un compito da realizzare e non solo una tradizione da conservare e trasmettere. Solo cosi l'annuncio dal Vangelo trova il modo di incidere pienamente nella vita dell'uomo e delle nazioni, permeandola dal di dentro. 2. Una fade fiorita nelle culture Se la cultura è ciò che rende l'uomo più uomo, e se la nostra pienezza di uomini ci è data in Gesù Cristo, è nostro compito anche operare con tutte le forze perché la cultura si radichi nella fede e la fede fiorisca nelle culture. II Santo Padre non cessa di ribadire il suo forte pensiero in merito, espresso nella sua Lettera autografa di creazione del Pontificio Consiglio della Cultura, del 20 maggio 1982: "Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta". Il dialogo della Chiesa con le culture del nostro tempo è un campo vitale, nel quale è in gioco il destino del mondo all'alba del terzo millennio. Nella sua scelta di cultura, l'uomo gioca infatti il suo destino: o si apre al trascendente che lo sottrae alla tirannia dell'effimero, o si rinchiude in una sufficienza autocentrica, che lo allontana dalla sua origine e dal suo termine, e lo priva della comunione vitale di cui ha bisogno con Dio, con i suoi fratelli, con la natura. L'uomo non può vivere senza amore. Diventa per se stesso un essere incomprensibile, privo di senso, se l'amore non gli è rivelato, se non ne fa l'esperienza liberatrice. Cristo Redentore rivela pienamente l'uomo all'uomo stesso: è la dimensione umana del mistero della Redenzione. Così il Cristianesimo all'alba del III millennio può senz'altro superare il vecchio e rovinoso antagonismo tra fede e cultura. La cultura nasce dalla fede: come sigillo pienamente umano e segno stesso dell'incarnazione nella storia del nostro tempo. Non più la fede contro la cultura né la cultura contro la fede, ma la fede nel cuore delle culture a le culture come espressione creativa della fede.(14) Giovanni Paolo II, concludendo il Simposio presinodale sulla Cultura, prima ricordato, così afferma: "In un mondo in cui le difficoltà sono numerose, il messaggio di Cristo apre un orizzonte infinito e apporta un'energia incomparabile, luce per l'intelligenza, forza per la volontà, amore per il cuore. Attraverso la vostra missione; siete anche chiamati a ridare al nostro tempo il gusto della ricerca del bello, del buono, del bene e della verità, così come il gusto del Vangelo, per sviluppare una sana antropologia ed un'autentica comprensione della fede, di cui abbiamo attualmente bisogno. Nel modo che vi è proprio e secondo la vostra vocazione, contribuite ad un'evangelizzazione rinnovata e al contempo ad una nuova primavera culturale in Europa".(15) E' il programma che Giovanni Paolo II ci chiama a realizzare con entusiasmo e coraggio, ripetendo nella Novo Millennio Ineunte la parola di fiducia e di incoraggiamento del Signore: "Duc in altum, Prendi il largo!" (Lc 5,4).
Nota * Pubblichiamo l'intervento svolto dal Card. Paul Poupard a Verona il 20 settembre 2002 in occasione dell'inaugurazione dell'Anno Culturale della Fondazione Toniolo.
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