Nei
tempi antichi gli studiosi musulmani scavavano senza
alcuna discrezione nella vita pubblica e private del profeta Maometto. Bukhari,
considerato il più autentico tra gli antichi compilatori dei detti
del profeta, rivelò tutte le notizie su chi dormì con lui,
quando e dove. Così, per esempio, egli riporta il racconto dei compagni
del profeta che dicevano come
Gabriele, l’angelo della rivelazione, fosse andato da Maometto, allora
cinquantenne, e gli avesse rivelato una svestita Aisha,
una bambina di 6 anni. Maometto la volle per sè
e quando il matrimonio si consumò tre anni dopo — è
sempre Bukhari che lo dice — Aisha
eccitò il profeta tanto che la sua libido si accrebbe da quella dell’”ultimo
degli uomini” alla forza di un quarantenne.
Essa
disprezzava poi le rivali vantando di essere
la favorita perché solo lei si offerta al Profeta ancora vergine e
"preferiva mangiare frutti dagli alberi non escoriati".
Ancora
gli storici rnusulmani distinguono il periodo
passato da Maometto alla Mecca, quando fu fedele alla vedova Khadijia
fino alla sue morte, e il periodo di Medina in cui diventa il padrone della città e si prende una giovane moglie
ogni anno, arrivando fïno a possederne nove quando morirà.
Tutte
queste notizie sono state riportate dalla fine di gennaio di quest'anno, in un piccolo settimanale della Giordania, il al-Hilal. II risultato? Shock e orrore. Tre dei giornalisti
del giornale sono stati subito imprigionati a trascinati
di fronte a una corte di sicurezza governativa
e dichiarati colpevoli di aver diffamato il messaggero di Dio.
Non
solo. II giornale è stato chiuso, secondo la nuova legge emanata dopo
gli attacchi dell'11 settembre. Tutto ciò
non ha calmato gli integralisti, anzi. Dopo pochi giorni dal bando
del giornale, infatti, il partito islamico giordano più
importante, il Fronte di Azione Islamico,
ha emesso una fatwa (norma giuridica
vincolante, ma anche sentenza di condanna) dichiarando i tre giornalisti
come apostati, anche se uno di essi è cristiano. I tre si sono difesi
dichiarando che le notizie pubblicate provenivano da libri pubblicati
con il permesso dell’Università AI Azhar
del Cairo, la fonte più sicura dell'ortodossia islamica, e in vendita
in tutta la Giordania. "Il Profeta era un uomo di religione e
non di sesso" ha commentato con durezza un ex ministro degli
affari religiosi. "Se io dico che Maometto
era un iper-sessuale, non sto criticando
la fede - ha commentato il padrone del giornale, Ahmed Salama, qui
abbiamo terminato di adorare Dio ed ora adoriamo i suoi servitori”.
Maometto e le donne
Maometto
ha segnato un passo avanti riguardo alle donne rispetto al suo tempo.
Per esempio tra le tribù arabe, allora, c'era la tradizione di seppellire
le bambine per disfarsene, visto
che preferivano
avere dei figli maschi. Maometto condannò questa terribile pratica.
Il Corano lo dice chiaramente nella sura
81: nel giorno del giudizio, e quando
verrá chiesto alla [neonata] sepolta viva
per quale colpa sia stata uccisa (…)
ogni anima conoscerà quel che avrà prodotto.
Agli
inizi dell'Islam Maometto aveva dato grande spazio di
azione alle donne. In seguito la culture
araba, in mano ai soli maschi e quindi già maschilista la sua
parte, a contatto con la civiltà bizantina (con il suo erotismo e
le sue mollezze) ha chiuso la donna nell'harem (luogo proibito).
"Noi
cerchiamo di riavere i diritti che l'Islam ci diede 14 secoli fa"
dice Souad Salah, 56 anni, preside del dipartimento di legge del collegio femminile dell'università AI Azhar del Cairo. Lei che è stata la prima donna ad essere
ammessa a quella stessa università nel 1960, ora ha chiesto di diventare
— sarebbe la prima donna-mufti, giudice islamico. Chi dovrebbe nominarla è il gran mufti, il giudice
capo, Ahmad Al-Tayeb
ma finora lui non ha parlato. "L'Islam non ha mai proibito alle
donne di diventare giudici - commenta Salah
- e nella mente del Profeta la donna è pari all' uomo".
Con gli occhiali, paffuta e con il velo in testa sembra più una nonna
che una rivoluzionaria ma quietamente vuol cambiare l'istituzione
islamica del suo Paese. Nei libri, nelle lezioni
e nello show trasmesso dalla televisione satellitare intitolato "Le
fatwa delle donne".
Salah offre consigli alle donne sulla legge islamica interpretandola
nella prospettiva femminile.
"Maometto
- continua – partecipava alle corse insieme alle sue donne e
permetteva che uomini e donne si mescolassero nelle feste di matrimonio.
Sua moglie Haisha ha emanato fatwa riguardanti
le donne. Questi precedenti dicono che è possibile incrementare i
diritti delle donne in Egitto nell'ambito dell'Islam”.
Salah
non è una femminista, almeno nel modo occidentale. Madre di quattro
fili e nonna di tre, crede che il primo impegno per una donna musulmana
sia la famiglia. Una volta ha sostenuto una fatwa che permetteva alle donne la circoncisione. Ora sostiene
il diritto delle donne all'educazione a all'impiego
fuori di case. Pensa che Ie proibizioni
contro le donne di mostrare la faccia in pubblico, guidare la macchina,
votare e dirigere un' impresa commerciale,
siano contro il vero Islam.
Musulmane in Europa
Ayaan
Hirsi Ali, 33 anni, rifugiata somala in Olanda, musulmana,
vuol invece farla finita con l'Islam che, per lei, è "una religione
retrograda". E' in politica e va in giro con una guardia del corpo perché ha ricevuto parecchie minacce di morte
dai fondamentalisti islamici. "Milioni
di donne musulmane -dice - in tutto il mondo sono oppresse
nel nome dell'Islam".
Non
è la prima volta che Hirsi Alu soffre persecuzione.
Figlia
di un leader somalo dell'opposizione, era
nata in concomitanza con il colpo di stato di Siad
Barre nel 1969 ed era stata cacciata in esilio con tutta la sua famiglia
quando aveva 10 anni. E’ cresciuta in Kenia
come una ragazza musulmana anche se suo padre volle che frequentasse
la scuola. A 22 dovette confrontarsi con un matrimonio
arrangiato dalla sua famiglia: avrebbe dovuto sposare un cugino che
viveva in Canada: "Non ho gradito quando lui
mi disse che dovevo diventare madre di sei figli" commenta, e
così decise di scappare in Olanda.
Qui subì pressioni per entrare nella comunità somala ma lei resistette:
"Volevo far- parte della società
olandese, essere indipendente finanziariamente, non mettere il velo
e bere alcol".
Nella
primavera dell'anno scorso disse a sè stessa
che non era più una musulmana e cominciò a parlarne in pubblico.
"E' possibile per una donna – dice - essere emancipata
ed essere musulmana solo se considera la
religione come una pratica spirituale. Ma io rigetto il Corano quando dice che le ragazze devono stare
in casa, che il marito può
picchiare le sue donne se disobbediscono. E
non voglio più conservare, come mi è stato detto, pratiche che si
scontrano con le norme occidentali. Vivere in Olanda mi ha dato la
possibilità di realizzare che gli uomini
e le donne sono uguali, di avere un'educazione superiore. Ma mi ha
anche data l'opportunità di domandarmi perché ancor più donne musulmane
che sono in Europa non hanno fatto lo stesso: Alcune in realtà l'hanno
fatto ma con grande rischio. In questi mesi
in Francia è uscito un libro che in breve tempo è diventato un best
seller. E' intitolato "Dans l'enfer des tournantes", nell'inferno
delle bande, ed è scritto da Samira Belil, 29 anni, di origini algerine,
che vive nella periferia di Parigi. E' una cruda testimonianza di
quello che le è successo vent'anni fa e
che ha tenuto nascosto fino ad ora: una ragazza che frequentava la
scuola, vestiva i jeans e non il velo, che voleva andare a ballare... è stata
violentata più volte da una banda di giovani immigrati. I giovani
immigrati musulmani - commenta possono adottare il modo di vivere
dei coetanei francesi ma continuano a conservare i pregiudizi contro
le donne che sono propri dei loro genitori: se una ragazza si trucca,
fuma o indossa vestiti che attraggono l'attenzione è una puttana e
le si può usare violenza. E
lei non parla perché sa che né la polizia né i suoi genitori la difenderanno.
Io ne ho parlato solo ora perché altre ragazze mie vicine sono state
violentate dalla stessa banda e non ho più voluto tacere".
Lo
stato delle donne musulmane immigrate in Europa sta diventando ancor
più duro per il fondamentalismo islamico
che va diffondendosi. "Negli ultimi dieci anni - dice Fadèla
Amara, presidente dell'associazione: ‘Né
prostitute né sottomesse' che si batte per
i diritti delle donne musulmane residenti in Francia - la condizione
delle donne nelle periferie delle grandi città è andato deteriorandosi.
Gli insulti contro le donne in jeans sono in crescita, i matrimoni
forzati o combinati dalle famiglie sono in aumento così come la poligamia,
e sempre più ragazze sono costrette a lasciar la scuola. E'
giunto il momento per le donne di dire ‘Questo è troppo!’''.
Afghanistan, una nazione
liberata eccetto the per le donne
La
fine del Ramadan in Afghanistan ha portato notizie inaspettate nel braccio riservato
alle donne delle prigione di Kabul. Il 10 novembre scorso, venti donne sono state liberate,
perdonate dal presidente Hamid Kauai. I
loro "crimini" erano stati: uscire di casa senza il permesso
del marito, rifiutare matrimoni combinati, essere state dichiarate
adultere. Uscire dalle celle infestate da ratti, magari insieme ai loro piccoli, è stato un sollievo. Ma
per una ragazza di 19 anni stare in prigione potrebbe essere più salutare
che esserne fuori: suo padre ha promesso di ucciderla perché non ha
voluto accettare un matrimonio forzato. In più il capo della polizia
di Kabul ha detto che continuerà a mettere in prigione le donne che
saranno accusate dei suddetti crimini. Un anno dopo la caduta dei
Talebani, la vita per le donne sembra migliorata.
Se poi
si passa alla salute, è un altro rischio. Un donna
afghana mette al mondo, in percentuale, sette figli. Ma poche cliniche nelle aree rurali e con le strade così mal
messe, l'Afghanistan è uno dei luoghi più pericolosi per chi è incinta.
Nella provincia remota di Badakhshan un
uomo ha camminato due giorni nella neve per incontrare un’infermiera.
Quando è ritornato a casa, sua moglie incinta
era morta. L' Afghanistan continua ad essere la nazione dove la percentuale
per morti di parto è più alta al mondo: con un minimo di prevenzione
nove morti su dieci potrebbero essere evitate.
Le
donne soffrono pure per la rivalità politica dei vari clan. Nel Nord,
intorno alla città di Mazar-i-Sharif,
ci sono continue frizioni tra le milizie di Uzbeki, Tajiki e Hazara e tutti tendono a finire con assalti sessuali alle
donne locali. C’è un numero crescente di stupri e di scambi di donne
in cambio di favori.
Anche
nei luoghi più tranquilli, i signori della guerra l'anno valere tutto
il loro potere, e le prime ad andarne di mezzo sono le donne; il burka sta diventando di nuovo obbligatorio
in tanti luoghi le ragazze sono scoraggiate dal frequentare la scuola...
Nel Medio Oriente
In
Iran il malcontento cresce tra gli studenti e tra gli stessi
chierici più illuminati della città santa di Qom. Gli studenti vogliono più libertà e meno dominio della
religione in politica, i chierici denunciano una pericolosa spaccatura
all’interno del clero e se la gerarchia al potere non corre ai ripari
verrà spazzata via come è stato per lo Shah nel 1979. Per le strade e per i campus delle università
le studentesse che sfilano accanto ai colleghi maschi
sono tante e dimostrano anche per reclamare maggior libertà per loro.
Una
lettera pubblicata su un giornale dell’Arabia Saudita ha fatto scalpore
ultimamente in Riyadh, la capitale. Un lettore si domandava: "Perché le donne non possono
praticare sport? Insieme ad altre donne,
naturalmente. Dove ha detto il profeta che
le donne non debbano tenersi in forma fisica? In nessuna parte".
Dietro questa lettera c'è tutto un movimento di modernizzazione,
almeno di facciata, della politica di questo Paese in cui l'estrernismo
religioso è di casa. Per decenni le relazioni tra gli Stati Uniti
e l'Arabia Saudita sono state amichevoli,
visto che il 25% del petrolio consumato dagli americani viene estratto dai
pozzi arabi. Ma il fatto che 15 dei 19 terroristi dell'11 settembre
fossero sauditi non è piaciuto per niente agli americani, e l'alleanza
scricchiola anche perché tutto quello che viene a galla nelle inchieste
sulle agenzie di carità, i cui soldi andavano in pratica ai gruppi
terroristici, punta in direzione di alti esponenti della casa reale.
Così
nel Paese dove le donne vanno in giro con un velo nero che copre tutta
la faccia eccetto gli occhi, dove non possono guidare la macchina
ci si domanda se possono darsi allo sport.
"Abbiamo
bisogno di più controllo sulle scuole coraniche
che sovvenzioniamo in tutto il mondo - dice il ministro per
gli Affari religiosi, Tawefeeq AI-Sediry- così come sulle moschee e le agenzie
di carità. Abbiamo inviato ovunque nuovo materiale e nuove direttive
sottolineando un'interpretazione più tollerante del Corano
e suggerendo di rinunciare ad ogni violenza".
Comunque
i giorni a seguire ci diranno se l'Arabia Saudita fa sul serio oppure
il suo è solo un tentativo di cosmesi per riguadagnarsi la stima degli
americani che continuano ufficialmente a dichiararsi amici e a proteggere
militarmente il Paese.
Le pietre dell'ipocrisia
Nell'Africa
subsahariana l'Islam si sta radicalizzando.
Lo prova anche il fatto che in Nigeria, ad esempio, con la legge islamica, la shari'a, è stata introdotta, negli Stati del
Nord a maggioranza islamica, anche la lapidazione per le donne adultere.
Safïya Usseini è stata la prima
ad essere condannata. Dopo una campagna mondiale, il settembre scorso
la sua pena è stata commutata in appello per la
ragione che lei era stata violentata e quindi non consenziente.
Ora c'è Amina Lawal, 30 anni, che, in prigione, è
in attesa della stessa sentenza. Dopo aver lasciato il suo secondo
marito, si era messa con un giovane che le aveva promesso
di sposarla ma poi non l'aveva fatto. Ma alla nascita del figlio, sia lei che l'amico sono
stati incarcerati. Lui è stato subito rilasciato per mancanza di testimoni
a carico: la legge islamica pretende che per l'uomo ci siano quattro
persone che testimonino di averlo visto compiere l'atto sessuale con
la persona incriminata. Lei invece, nell'agosto scorso, è stata condannata
alla lapidazione perchè il figlio era
la prova evidente del suo peccato. C'è in atto una nuova campagna mondiale
per salvarla. Per l'Italia, l'organizzazione Femmis ha già inviato migliaia di
firme all'ambasciata della Nigeria a Roma per "fermare le pietre
dell' ipocrisia".
La
Nigeria è lo stesso Paese che avrebbe dovuto
ospitare, nel dicembre scorso, il concorso Miss Mondo 2002 poi spostato
di gran fretta in Inghilterra per i disordini colà accaduti. Una provocazione
insensata quella degli organizzatori e costata la vita a parecchi
cristiani, presi di mira, incolpevoli, dalle bande di rivoltosi musulmani.
Ref.:
L'Apostolo di Maria,
maggio 2003, pp. 38-41.