Luciano Nervi
Donna musulmana nel mondo


Nei tempi antichi gli studiosi musulmani scavavano senza alcuna discrezione nella vita pubblica e private del profeta Maometto. Bukhari, considerato il più autentico tra gli antichi compilatori dei detti del profeta, rivelò tutte le notizie su chi dormì con lui, quando e dove. Così, per esempio, egli riporta il racconto dei compagni del profeta che dicevano come Gabriele, l’angelo della rivelazione, fosse andato da Maometto, allora cinquantenne, e gli avesse rivelato una svestita Aisha, una bambina di 6 anni. Maometto la volle per e quando il matrimonio si consumò tre anni dopo — è sempre Bukhari che lo dice — Aisha eccitò il profeta tanto che la sua libido si accrebbe da quella dell’”ultimo degli uomini” alla forza di un quarantenne.
Essa disprezzava poi le rivali vantando di essere la favorita perché solo lei si offerta al Profeta ancora vergine e "preferiva mangiare frutti dagli alberi non escoriati".
Ancora gli storici rnusulmani distinguono il periodo passato da Maometto alla Mecca, quando fu fedele alla vedova Khadijia fino alla sue morte, e il periodo di Medina in cui diventa il  padrone della città e si prende una giovane moglie ogni anno, arrivando fïno a possederne nove quando morirà.
Tutte queste notizie sono state riportate dalla fine di gennaio di quest'anno, in un piccolo settimanale della Giordania, il al-Hilal. II risultato? Shock e orrore. Tre dei giornalisti del giornale sono stati subito imprigionati a trascinati di fronte a una corte di sicurezza governativa e dichiarati colpevoli di aver diffamato il messaggero di Dio.
Non solo. II giornale è stato chiuso, secondo la nuova legge emanata dopo gli attacchi dell'11 settembre. Tutto ciò non ha calmato gli integralisti, anzi. Dopo pochi giorni dal bando del giornale, infatti, il partito islamico giordano più importante, il Fronte di Azione Islamico, ha emesso una fatwa (norma giuridica vincolante, ma anche sentenza di condanna) dichiarando i tre giornalisti come apostati, anche se uno di essi è cristiano. I tre si sono difesi dichiarando che le notizie pubblicate provenivano da libri pubblicati con il permesso dell’Università AI Azhar del Cairo, la fonte più sicura dell'ortodossia islamica, e in vendita in tutta la Giordania. "Il Profeta era un uomo di religione e non di sesso" ha commentato con durezza un ex ministro degli affari religiosi. "Se io dico che Maometto era un iper-sessuale, non sto criticando la fede - ha commentato il padrone del giornale, Ahmed Salama, qui abbiamo terminato di adorare Dio ed ora adoriamo i suoi servitori”.

Maometto e le donne

Maometto ha segnato un passo avanti riguardo alle donne rispetto al suo tempo. Per esempio tra le tribù arabe, allora, c'era la tradizione di seppellire le bambine per disfarsene, visto
che preferivano avere dei figli maschi. Maometto condannò questa terribile pratica. Il Corano lo dice chiaramente nella sura 81: nel giorno del giudizio, e quando verrá chiesto alla [neonata] sepolta viva per quale colpa sia stata uccisa (…) ogni anima conoscerà quel che avrà prodotto.
Agli inizi dell'Islam Maometto aveva dato grande spazio di azione alle donne. In seguito la culture araba, in mano ai soli maschi e quindi già maschilista la sua parte, a contatto con la civiltà bizantina (con il suo erotismo e le sue mollezze) ha chiuso la donna nell'harem (luogo proibito).
"Noi cerchiamo di riavere i diritti che l'Islam ci diede 14 secoli fa" dice Souad Salah, 56 anni, preside del dipartimento di legge del collegio femminile dell'università AI Azhar del Cairo. Lei che è stata la prima donna ad essere ammessa a quella stessa università nel 1960, ora ha chiesto di diventare — sarebbe la prima donna-mufti, giudice islamico. Chi dovrebbe nominarla è il gran mufti, il giudice capo, Ahmad Al-Tayeb ma finora lui non ha parlato. "L'Islam non ha mai proibito alle donne di diventare giudici - commenta Salah - e nella mente del Profeta la donna è pari all' uomo". Con gli occhiali, paffuta e con il velo in testa sembra più una nonna che una rivoluzionaria ma quietamente vuol cambiare l'istituzione islamica del suo Paese. Nei libri, nelle lezioni e nello show trasmesso dalla televisione satellitare intitolato "Le fatwa delle donne". Salah offre consigli alle donne sulla legge islamica interpretandola nella prospettiva femminile.
"Maometto - continua – partecipava alle corse insieme alle sue donne e permetteva che uomini e donne si mescolassero nelle feste di matrimonio. Sua moglie Haisha ha emanato fatwa riguardanti le donne. Questi precedenti dicono che è possibile incrementare i diritti delle donne in Egitto nell'ambito dell'Islam”.
Salah non è una femminista, almeno nel modo occidentale. Madre di quattro fili e nonna di tre, crede che il primo impegno per una donna musulmana sia la famiglia. Una volta ha sostenuto una fatwa che permetteva alle donne la circoncisione. Ora sostiene il diritto delle donne all'educazione a all'impiego fuori di case. Pensa che Ie proibizioni contro le donne di mostrare la faccia in pubblico, guidare la macchina, votare e dirigere un' impresa commerciale, siano contro il vero Islam.

Musulmane in Europa

Ayaan Hirsi Ali, 33 anni, rifugiata somala in Olanda, musulmana, vuol invece farla finita con l'Islam che, per lei, è "una religione retrograda". E' in politica e va in giro con una guardia del corpo perché ha ricevuto parecchie minacce di morte dai fondamentalisti islamici. "Milioni di donne musulmane -dice - in tutto il mondo sono oppresse nel nome dell'Islam".
Non è la prima volta che Hirsi Alu soffre persecuzione.
Figlia di un leader somalo dell'opposi­zione, era nata in concomitanza con il colpo di stato di Siad Barre nel 1969 ed era stata cacciata in esilio con tutta la sua famiglia quando aveva 10 anni. E’ cresciuta in Kenia come una ragazza musulmana anche se suo padre volle che frequentasse la scuola. A 22 dovet­te confrontarsi con un matrimonio arrangiato dalla sua famiglia: avrebbe dovuto sposare un cugino che viveva in Canada: "Non ho gradito quando lui mi disse che dovevo diventare madre di sei figli" commenta, e così decise di scap­pare in Olanda. Qui subì pressioni per entrare nella comunità somala ma lei resistette: "Volevo far- parte della socie­tà olandese, essere indipendente finan­ziariamente, non mettere il velo e bere alcol".
Nella primavera dell'anno scorso disse a stessa che non era più una musulmana e cominciò a par­larne in pubblico. "E' possibile per una donna – dice - essere emancipata ed essere musulmana solo se considera la religione come una pratica spirituale. Ma io rigetto il Corano quando dice che le ragazze devono stare in casa, che il    marito può picchiare le sue donne se disobbediscono. E non voglio più conservare, come mi è stato detto, pratiche che si scontrano con le norme occidentali. Vivere in Olanda mi ha dato la possibilità di realizzare che gli uomini e le donne sono uguali, di avere un'educazione superiore. Ma mi ha anche data l'opportunità di domandarmi perché ancor più donne musulmane che sono in Europa non hanno fatto lo stesso: Alcune in realtà l'hanno fatto ma con grande rischio. In questi mesi in Francia è uscito un libro che in breve tempo è diventato un best seller. E' intitolato "Dans l'enfer des tournantes", nell'inferno delle bande, ed è scritto da Samira Belil, 29 anni, di origini algerine, che vive nella periferia di Parigi. E' una cruda testimonianza di quello che le è successo vent'anni fa e che ha tenuto nascosto fino ad ora: una ragazza che frequentava la scuola, vestiva i jeans e non il velo, che voleva andare a ballare... è stata violentata più volte da una banda di giovani immigrati. I giovani immigrati musulmani - commenta possono adottare il modo di vivere dei coetanei francesi ma continuano a conservare i pregiudizi contro le donne che sono propri dei loro genitori: se una ragazza si trucca, fuma o indossa vestiti che attraggono l'attenzione è una puttana e le si può usare violenza. E lei non parla perché sa che né la polizia né i suoi genitori la difenderanno. Io ne ho parlato solo ora perché altre ragazze mie vicine sono state violentate dalla stessa banda e non ho più voluto tacere".
Lo stato delle donne musulmane immigrate in Europa sta diventando ancor più duro per il fondamentalismo islamico che va diffondendosi. "Negli ultimi dieci anni - dice Fadèla Amara, presidente dell'associazione:Né prostitute né sottomesse' che si batte per i diritti delle donne musulmane residenti in Francia - la condizione delle donne nelle periferie delle grandi città è andato deteriorandosi. Gli insulti contro le donne in jeans sono in crescita, i matrimoni forzati o combinati dalle famiglie sono in aumento così come la poligamia, e sempre più ragazze sono costrette a lasciar la scuola. E' giunto il momento per le donne di dire ‘Questo è troppo!’''.

Afghanistan, una nazione liberata eccetto the per le donne

La fine del Ramadan in Afghanistan ha portato notizie inaspettate nel braccio riservato alle donne delle prigione di Kabul. Il 10 novembre scorso, venti donne sono state liberate, perdonate dal presidente Hamid Kauai. I loro "crimini" erano stati: uscire di casa senza il permesso del marito, rifiutare matrimoni combinati, essere state dichiarate adultere. Uscire dalle celle infestate da ratti, magari insieme ai loro piccoli, è stato un sollievo. Ma per una ragazza di 19 anni stare in prigione potrebbe essere più salutare che esserne fuori: suo padre ha promesso di ucciderla perché non ha voluto accettare un matrimonio forzato. In più il capo della polizia di Kabul ha detto che continuerà a mettere in prigione le donne che saranno accusate dei suddetti crimini. Un anno dopo la caduta dei Talebani, la vita per le donne sembra migliorata.
Se poi si passa alla salute, è un altro rischio. Un donna afghana mette al mondo, in percentuale, sette figli. Ma poche cliniche nelle aree rurali e con le strade così mal messe, l'Afghanistan è uno dei luoghi più pericolosi per chi è incinta. Nella provincia remota di Badakhshan un uomo ha camminato due giorni nella neve per incontrare un’infermiera. Quando è ritornato a casa, sua moglie incinta era morta. L' Afghanistan continua ad essere la nazione dove la percentuale per morti di parto è più alta al mondo: con un minimo di prevenzione nove morti su dieci potrebbero essere evitate.
Le donne soffrono pure per la rivalità politica dei vari clan. Nel Nord, intorno alla città di Mazar-i-Sharif, ci sono continue frizioni tra le milizie di Uzbeki, Tajiki e Hazara e tutti tendono a finire con assalti sessuali alle donne locali. C’è un numero crescente di stupri e di scambi di donne in cambio di favori.
Anche nei luoghi più tranquilli, i signori della guerra l'anno valere tutto il loro potere, e le prime ad andarne di mezzo sono le donne; il burka sta diventando di nuovo obbligatorio in tanti luoghi le ragazze sono scoraggiate dal frequentare la scuola...

Nel Medio Oriente

In Iran il malcontento cresce tra gli studenti e tra gli stessi chierici più illuminati della città santa di Qom. Gli studenti vogliono più libertà e meno dominio della religione in politica, i chierici denunciano una pericolosa spaccatura all’interno del clero e se la gerarchia al potere non corre ai ripari verrà spazzata via come è stato per lo Shah nel 1979. Per le strade e per i campus delle università le studentesse che sfilano accanto ai colleghi maschi sono tante e dimostrano anche per reclamare maggior libertà per loro.
Una lettera pubblicata su un giornale dell’Arabia Saudita ha fatto scalpore ultimamente in Riyadh, la capitale. Un lettore si domandava: "Perché le donne non possono praticare sport? Insieme ad altre donne, naturalmente. Dove ha detto il profeta che le donne non debbano tenersi in forma fisica? In nessuna parte". Dietro questa lettera c'è tutto un movimento di modernizzazione, almeno di facciata, della politica di questo Paese in cui l'estrernismo religioso è di casa. Per decenni le relazioni tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita sono state amichevoli, visto che il 25% del petrolio consumato dagli americani viene estratto dai pozzi arabi. Ma il fatto che 15 dei 19 terroristi dell'11 settembre fossero sauditi non è piaciuto per niente agli americani, e l'alleanza scricchiola anche perché tutto quello che viene a galla nelle inchieste sulle agenzie di carità, i cui soldi andavano in pratica ai gruppi terroristici, punta in direzione di alti esponenti della casa reale.
Così nel Paese dove le donne vanno in giro con un velo nero che copre tutta la faccia eccetto gli occhi, dove non possono guidare la macchina ci si domanda se possono darsi allo sport.
"Abbiamo bisogno di più controllo sulle scuole coraniche che sovvenzioniamo in tutto il mondo - dice il ministro per gli Affari religiosi, Tawefeeq AI-Sediry- così come sulle moschee e le agenzie di carità. Abbiamo inviato ovunque nuovo materiale e nuove direttive sottolineando un'interpretazione più tollerante del Corano e suggerendo di rinunciare ad ogni violenza".
Comunque i giorni a seguire ci diranno se l'Arabia Saudita fa sul serio oppure il suo è solo un tentativo di cosmesi per riguadagnarsi la stima degli americani che continuano ufficialmente a dichiararsi amici e a proteggere militarmente il Paese.

Le pietre dell'ipocrisia

Nell'Africa subsahariana l'Islam si sta radicalizzando. Lo prova anche il fatto che in Nigeria, ad esempio, con la legge islamica, la shari'a, è stata introdotta, negli Stati del Nord a maggioranza islamica, anche la lapidazione per le donne adultere. Safïya Usseini è stata la prima ad essere condannata. Dopo una campagna mondiale, il settembre scorso la sua pena è stata commutata in appello per la ragione che lei era stata violentata e quindi non consenziente. Ora c'è Amina Lawal, 30 anni, che, in prigione, è in attesa della stessa sentenza. Dopo aver lasciato il suo secondo marito, si era messa con un giovane che le aveva promesso di sposarla ma poi non l'aveva fatto. Ma alla nascita del figlio, sia lei che l'amico sono stati incarcerati. Lui è stato subito rilasciato per mancanza di testimoni a carico: la legge islamica pretende che per l'uomo ci siano quattro persone che testimonino di averlo visto compiere l'atto sessuale con la persona incriminata. Lei invece, nell'agosto scorso, è stata condannata alla lapidazione perchè il figlio era la prova evidente del suo peccato. C'è in atto una nuova campagna mondiale per salvarla. Per l'Italia, l'organizzazione Femmis ha già inviato migliaia di firme all'ambasciata della Nigeria a Roma per "fermare le pietre dell' ipocrisia".
La Nigeria è lo stesso Paese che avrebbe dovuto ospitare, nel dicembre scorso, il concorso Miss Mondo 2002 poi spostato di gran fretta in Inghilterra per i disordini colà accaduti. Una provocazione insensata quella degli organizzatori e costata la vita a parecchi cristiani, presi di mira, incolpevoli, dalle bande di rivoltosi musulmani.

 

Ref.: L'Apostolo di Maria, maggio 2003, pp. 38-41.