Lettera inviata dal Mons. Ruiz al Card. Medina
Diaconato, prima pietra di un Chiesa indigena


San Cristóbal de las Casas-Adista. Una grande occasione perduta. Così appare la decisione del prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, card. Jorge Arturo Medina Estévez, di porre fine ad ulteriori ordinazioni di diaconi permanenti nella diocesi di San Cristóbal de Las Casas assestando così un colpo decisivo al lavoro di mons. Samuel Ruiz (v. Adista n. 17/02).

Quale significato ed importanza rivestisse nella diocesi il ministero del diaconato permanente, quali opportunità schiudesse in relazione alla nascita di una vera Chiesa autoctona — esigenza, questa, considerata come un segno dei tempi, in stretta connessione all'emergere dei popoli indigeni in tutto il continente come soggetti della propria storia — aveva cercato di spiegarlo mons. Ruiz rispondendo alla richiesta di informazioni avanzata dal card. Medina Estévez in seguito all'ordinazione, a San Cristóbal, di 400 diaconi, in massima parte sposati. Dall'invio del questionario da parte della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti alla risposta da parte di Ruiz (datata 30 aprile 2000) — riservata e di cui Adista è venuta oggi in possesso - due cose erano intanto avvenute: l'"inatteso" — e contestatissimo - trasferimento a Saltillo di mons. Raúl Vera Lopez, che pure era stato designato dal Vaticano come vescovo coadiutore con diritto di successione, e la nomina di mons. Felipe Arizmendi come sostituto di Ruiz (che nel frattempo aveva raggiunto l'età della pensione). Due decisioni che non erano rimaste senza conseguenze sulla vita della diocesi: "Dopo le ultime decisioni adottate dalla Santa Sede - scriveva infatti Ruiz nella sua risposta, che qui di seguito riportiamo in una nostra traduzione dallo spagnolo — secondo quanto avevamo previsto (oltre ad una delusione generata verso la Chiesa in numerose parti del mondo), si è acutizzata la persecuzione nei confronti dei catechisti, dei diaconi e degli operatori di pastorale (…). Accettare il diaconato significa accettare anche il martirio: dare la vita per la fede e la giustizia".

Dopo aver presentato il modello di diaconato seguito dalla diocesi, ed essersi soffermato sui compiti del diaconato, sulla sua formazione e anche sul ruolo della donna, Ruiz conclude: "Se vogliamo parlare con precisione e rigore, dopo 500 anni non ci sono sacerdoti indigeni; ci sono indigeni ordinati come sacerdoti, ma che nel processo della loro formazione" hanno subito l'imposizione di una "cultura estranea" con conseguente crisi di identità. "La riflessione che ha condotto la teologia degli indigeni (…) ci fa intendere l'ansia e l'opportunità (…) di dare una risposta a questa situazione esistente in tutto il continente". La risposta l'ha data invece il card. Medina Estévez, e di segno molto diverso.

Di seguito il documento di Ruiz.

 

 

Al card. Medina Estévez

Prefetto della Congregazione

per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

 

 

Eminentissimo signore,

È motivo di gioia per me avere l'opportunità di manifestarLe i miei voti perchè la Pasqua di Resurrezione illumini e guidi la Sua vita e tutte le attività che la Provvidenza del Signore Le ha affidato per contribuire all'annuncio e alla costruzione del suo Regno.

Devo chiarire a Sua Eminenza che la ragione per la quale rispondo in ritardo al documento che ci ha inviato chiedendo informazioni riguardo al Diaconato Permanente in questa Diocesi, si deve al fatto che era il vescovo coadiutore con diritto di successione, trasferito inaspettatamente a Saltillo, che aveva ricevuto l'incarico della supervisione, preparazione, esami e selezione dei diaconi permanenti. E' stato lui personalmente ad assumere questo compito come parte dell'incarico ricevuto al momento della sua nomina. Per quanto agissimo di comune accordo, era lui che praticamente portava il peso del lavoro; cosicchè è trascorso del tempo prima che potessimo incontrarci per recuperare la documentazione che lui aveva, compresa la lettera speciale alla Santa Sede dove informava della sua gestione come vescovo coadiutore, e il materiale che avevamo presentato alla Conferenza Episcopale Messicana in due occasioni, una delle quali alla presenza del Nunzio Apostolico Mons. Justo Mullor García.

Si aggiunga anche la circostanza della nomina del nostro successore, Mons. Felipe Arizmendi, ragion per cui abbiamo avuto un ritardo anche a causa della preparazione che queste cose richiedono. Non è stato semplice mettere insieme i dati e rispondere adeguatamente alle diverse domande che ci venivano poste.

Malgrado non mi sia stata concessa l'udienza particolare con il Romano Pontefice che avevo reiteratamente richiesto perchè "non si giudicava opportuna", ho approfittato di due visite consecutive a Roma per informare i vari Dicasteri della situazione pastorale della nostra Diocesi. E' stato importante poter scambiare in quella occasione informazioni, tra gli altri, con il Cardinale Joseph Ratzinger sul Diaconato Indigeno Permanente, tnato più che si stava per celebrare a Roma un congresso su questo tema. Nel colloquio sono stari affrontati i temi sui quali ora si richiede nuovamente informazione.

Vedo come segno della Provvidenza di Dio che ci sia ora un marcato interesse nei vari Dicasteri, poichè, dopo in Consiglio Ecumenico Vaticano II, questo tema è stato una preoccupazione pastorale in America latina.

Il modello diaconale secondo Ad Gentes

Il questionario che ci è stato inviato si concentra su uno dei due modelli del diaconato descritti nei documenti del Consiglio Vaticano II, precisamente quello che si trova nel documento Lumen Gentium, in cui si parla del discernimento che opera il vescovo nella scelta dei candidati al diaconato in base all'osservazione o alla conoscenza che ha di loro.

Nel documento Ad Gentes si indica un altro modello più adeguato ad una situazione missionaria. Si segnala che il vescovo non deve negare a quelli che hanno dato una testimonianza di servizio nella carità alla comunità la grazia del sacramento del diaconato, perchè non siano privati di questa grazia:

"E' bene, infatti, che gli uomini, i quali di fatto esercitano il ministero di diacono, o perchè come catechisti predicano la parola di Dio, o perchè a nome del parroco o del vescovo sono a capo di comunità cristiane lontane, o perchè esercitano la carità attraverso opere sociali e caritative, siano fortificati dall'imposizione delle mani, che è trasmessa fin dagli Apostoli, e siano più saldamente congiunti all'altare per poter esplicare più fruttuosamente il loro ministero con l'aiuto della grazia sacramentale del diaconato" (Ad Gentes, n. 16).

Questo è stato il modello seguito da questa diocesi. Secondo questo documento, si evidenzia la manifestazione di un servizio di carità esercitato nella comunità, al di là della preparazione intellettuale. Così nel nostro Sinodo è rimasta segnalata la procedura:

"I candidati e i diaconi saranno proposti, secondo il costume do ogni regione, dalle comunità - insieme alle loro mogli, se sono sposati - agli operatori pastorali che lavorano nel ministero della coordinazione e animazione, e questi a loro volta li presenteranno la vescovo per la scelta…". "Spetta al Vescovo discernere personalmente sui candidati proposti dalle comunità, eleggere, nominare legittimamente e ordinare I diaconi con l'imposizione delle mani…" (III Sinodo Diocesano, Diocesis de San Cristóbal de Las Casas, numeri 414 e 415).

Tutto questo fa sì che le domande ricevute, entrate sul primo modello, ricevano una risposta corrispondente al modello descritto nel documento Ad Gentes che ha regolato il nostro cammino diaconale diocesano.

Questo sistema è stato applicato alla nostra diocesi immediatamente dopo il Concilio. Pertanto non è un lavoro recente o affrettato; ma ha avuto una lunga preparazione. Dopo il Concilio è andato maturando il cammino e la coscienza della comunità E' tangibile il forte aumento dell'espressione della vita cristiana in quelle comunità dove da almeno un anno opera un diacono permanente.

Aggiungiamo una cosa molto importante: nella nostra diocesi, la vocazione al diaconato permanente, o la segnalazione da parte della comunità per l'ordinazione, comportano una disponibilità al martirio.

La nostra diocesi è una diocesi perseguitata: otto sacerdoti stranieri sono stati espulsi dal nostro paese; da più di due anni sono chiuse 28 chiese, alcune per mano dell'esercito, altre da parte di persone appartenenti al partito ufficiale. Dopo le ultime decisioni prese dalla Santa Sede, secondo quanto avevamo previsto (oltre alla delusione generata verso la Chiesa in numerose parti del mondo), si è acutizzata la persecuzione nei confronti dei catechisti, dei diaconi, e degli operatori pastorali. Pochi giorni fa sono stati assassinati due catechisti. Accettare il diaconato significa accettare anche il martirio: dare la vita per la fede e la giustizia.

D'altra parte, nella prospettiva del diaconato secondo il documento Ad Gentes, il numero dei diaconi è in relazione con il riconoscimento della testimonianza di carità manifestata nella comunità. Siamo, pertanto, nella prospettiva di ciò che definisce il Concilio; il sorgere di una chiesa autoctona in Chiapas richiede il riconoscimento di una cultura che è stata benedetta anche dalla presenza rivelatrice di Dio, come l'apostolo Paolo indica nel discorso degli Atti degli Apostoli, là dove segnala che Dio ha permesso, manifestandosi in ogni popolo, un cammino di redenzione salvifica e, giunto il momento storico, convoca perchè si costituisca, percorrendo cammini differenti, un popolo di Popoli, diversificato; non un popolo come quello ebreo, popolo eletto, che aveva una sola cultura ed una sola etnia: qui si tratta di un popolo di popoli, come la manifestazione dello Spirito Santo nella Pentecoste (cfr. At 14, 16 ss).

Pertanto avendo iniziato questo lavoro dopo il Concilio, ed essendomi toccata la grazia di essere in un dato momento alla Presidenza del Dipartimento delle Missioni del CELAM, abbiamo avuto l'opportunità di percepire, di vedere, che questo movimento di ricerca diaconale si è impiantato in altre Chiese del Continente con diverse espressioni. Possiamo segnalare il cammino della Bolivia, o il cammino dell'Ecuador, dove il sorgere di ministri, di sacerdoti e di vescovi incarnati, a partire dalla propria cultura, indica una ricerca della comprensione più ampia di ciò che significa l'incarnazione della Chiesa nelle culture.

"Così è necessario che dal seme della Parola di Dio si sviluppino Chiese particolari autoctone, fondate dovunque nel mondo in numero sufficiente, Chiese che, ricche di forze proprie e di una propria maturità e fornite adeguatamente di una gerarchia propria, unita al popolo fedele, nonchè di mezzi consoni al loro genio per vivere bene la vita cristiana, portino il loro contributo a vantaggio di tutta quanta la Chiesa (…). In questa attività missionaria della Chiesa si verificano, a volte, condizioni diverse e mescolate le une alle altre: prima c'è l'inizio, la fondazione, poi il nuovo sviluppo o periodo giovanile" (Ad Gentes, n. 6).

Quando il Cardinale Rossi, che presiedeva la Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, visitò la nostra Diocesi, dopo aver conosciuto un pò la nostra situazione, gli rivolgemmo una domanda concreta: cosa pensava dell'ordinazione di sacerdoti indigeni, dal momento che, per esigenza culturale, il sacerdozio è concepito da loro soprattutto come sacerdozio uxorato, in quanto, nelle loro categorie culturali, solo quelli che hanno avuto una esperienza nella più piccola struttura della società, che è la famiglia, possono esprimere una parola autorevole nella comunità. E lui ci rispose: "ci sono domande che non si devono fare alle autorità, ma voglio dirvi in forma confidenziale: eseguano I vescovi in America latina I compiti che il Concilio Ecumenico Vaticano II riconosce loro".

Per noi si è trattato di una chiara indicazione e in vari Paesi molti vescovi hanno pensato di prendere una decisione in relazione a questa indicazione conciliare. Ma è prevalsa l'osservazione che mancava una sufficiente maturità nelle comunità indigene e nelle Chiese particolari. Per questo non si è proceduto, nonostante l'appoggio di una autorità come quella menzionata.

Dopo 500 anni, nel continente latinoamericano riemerge l'indigeno come soggetto della propria storia, come hanno riconosciuto il Santo Padre e latre istanze. Urge allora che sorgano le Chiese autoctone, poichè la prima evangelizzazione del continente ha generato una lacerazione nell'identità culturale dell'indigeno e dato che la cultura occidentale fu imposta, senza aver mediato tra Vangelo, religioni e culture indigene, come unico veicolo per vivere e professare la fede. Si sta preparando, a partire dalle citate posizioni del Concilio, una forte ricerca dell'identità culturale e del dialogo tra la religione cristiana e le religioni precolombiane. Questo è, pertanto, un momento di grande importanza storica per la Chiesa universale che dovrà affrettarsi affinchè il sorgere di Chiese autoctone eviti di riprodurre la stessa frattura dell'dentità culturale avvenuta con la evangelizzazione del continente.

E' all'interno di questa prospettiva che Monsignor Julio Cabrera, presidente del secretariato pastorale indigeno del CELAM (SEPAI), ha inteso il diaconato permanente, quando ci ha inviato la sua parola di incoraggiamento alla riunione diaconale svoltasi a Palenque nel marzo del 2000: "Sono gli stessi diaconi, i leaders e i loro accompagnatori che dovranno mantenere questa fedeltà: da una parte, a ciò che Cristo ha fatto e che oggi è vivo nelle culture; dall'altra dovranno lavorare perchè la Chiesa diocesana cresca sempre di più come una Chiesa autoctona e così aumenti e si rafforzi l'unità e la cattolicità della Chiesa" (cfr. Anexo:25 anni di diaconato indigeno permanente, Monsignor Julio Cabrera, 4° paragrafo).

Sulla figura ministeriale del diacono

E' evidente che il ministero diaconale in questa diocesi, come in qualunque altra, deve essere concepito all'interno della figura della missione diaconale, come è nata nella Chiesa primitiva, nella quale furono scelti, dalla comunità, uomini che venivano presentati agli apostoli perchè, dopo l'imposizione delle mani, prestassero il loro sercizio all'altare, ma provvedessero anche alla distribuzione dell'alimento spirituale, che era la predicazione della Parola di Dio.

Il Concilio Vaticano II restituisce alla Chiesa occidentale il diaconato; ma, grazie all'intervento dei vescovi africani, si è riflettuto sul valore delle culture, e così si è indicata l'esigenza dell'incarnazione delle Chiese in esse, affinchè non ci siano solo diaconi, ma anche sacerdoti e vescovi della propria cultura. "L'opera di costituzione della Chiesa in un determinato raggruppamento umano raggiunge in certa misura il suo termine, allorchè la comunità dei fedeli, inserita ormai profondamente nella vita sociale e in qualche modo modellata sulla cultura locale, gode di una salda stabilità: fornita cioè di una sua schiera, anche se insufficiente, di clero locale, di religiosi e di laici, essa viene arricchendosi di quelle funzioni ed istituzioni che sono necessarie perchè il popolo di Dio, sotto la guida di un proprio vescovo, conduca e sviluppi la sua vita" (Ad Gentes, n. 19).

Le caratteristiche del diaconato permanente in questa diocesi sono rimaste fissate in uno sforzo di redazione che riflette la nostra pratica, ai numeri 121-152 del nostro Direttorio diocesano per il diaconato indigeno permanente, che qui si allega, ancora una volta, per la Santa Sede.

Sui compiti del diaconato

I diaconi della nostra diocesi rispondono all'esigenza di una Chiesa autoctona. I loro compiti sono quelli definiti dallo stesso diritto canonico e rispondono al bisogno e alle richieste della comunità: celebrano il sacramento del battesimo, assistono al sacramento del matrimonio con le dovute licenze, diffondono la Parola di Dio e distribuiscono l'Eucarestia nelle comunità. Quest'ultima cosa ha favorito una forte crescita delle comunità che, nutrite con il pane eucaristico, hanno raggiunto una grande maturità cristiana. Soprattutto quelle comunità che per ricevere l'Eucarestia dovevano affrontare due o tre giorni di cammino (cfr. Direttorio diocesano per il diaconato indigeno permanente, 230-262).

Sulla figura ministeriale del prediacono

Prima di decidere l'ordinazione di diaconi permanenti nella diocesi, si è realizzato nelle comunità uno studio sui testi neotestamentari che trattano del diaconato. Lavoro che si è svolto nell'arco di un anno. Consapevoli che questo era un nuovo cammino all'interno della nostra Chiesa e seguendo allo stesso tempo le indicazioni del documento Ad Gentes sull' incarnazione di questo ministero nelle culture indigene. Così si è stabilito un periodo di sperimenrazione che è durato cinque anni (1975-1981); coloro che hanno vissuto questo periodo di discernimento sono stati chimati, nella nostra lingua, "prediaconi". A partire da questa esperienza ci si è resi conto che era arrivato il momento di istituire il diaconato permanente nella diocesi; questa fase si è conclusa con la loro ordinazione. E quelli che hanno iniziato posteriormente questa preparazione sono semplicemente candidati. Per abitudine si continua ad usare il nome di prediaconi, anche se in realtà sono dei candidati al diaconato. Anche questo è descritto nel nostro Direttorio sul Diaconato (cfr. 34 e 129-131).

Sulle celebrazioni precedenti all'ordinazione dei diaconi

Il rito utilizzato è stato preso dal rito dei sacramenti. Si è utilizzata la formula del rito per l'ordinazione dei diaconi e per l'istituzione di ministri straordinari della distribuzione della sacra comunione e per l'istituzione di lettori e accoliti. Se ne è fatta una traduzione e le comunità hanno apportato alcuni simvoli relativi all'assunzione delle cariche nella loro cultura: per esempio vecchi o leaders indicati dalla comunità che accompagnano sia il candidato che il diacono.

E' evidente che tutto ciò che stiamo segnalando deve essere inteso nella prospettiva dell'incarnazione della Chiesa nella cultura, pertanto c'è un itinerario in cui le stesse comunità, a partire dalla loro riflessione, hanno indicato gli elementi significativi, e noi abbiamo operato un discernimento insieme alle comunità. Questo è descritto ampiamente nel Direttorio del Diaconato Indigeno Permanente, numeri 219-262.

Sulla formazione del diacono

Monsignor Raúl Vera López, nel periodo in cui è stato vescovo coadiutore di questa diocesi, ha dedicato particolare attenzione alla formazione, provvedendo, insieme alle comunità, che si svolgesse una salda preparazione teologica; ciò è stato portato avanti con notevole serietà, potendo contare sull'assistenza di teologi da noi approvati. E' importante segnalare che la nostra prospettiva non si basa sulla preparazione teorica e accademica che possono avere le persone, dato che il modello si basa sul servizio della carità emerso nelle comunità. Tuttavia, non si trascura questo aspetto, per quanto non sia fondamentale nel modello indicato dal documento Ad Gentes del Concilio Ecumenico Vaticano II (cfr. Dir. Dioc. per il Diac. Ind. Perm., 153-182, III Sinodo Diocesano, 418-422).

Sul discernimento vocazionale

Il discernimento vocazionale dei candidati avviene insieme alle comunità nelle quali esse hanno vissuto e servito. In questo modo la conoscenza della condotta del candidato e delle sue qualità per esercitare il ministero al quale è chiamato si basa sulla conoscenza che su di lui si ha fin dall'infanzia, sul suo servizio comunitario e sulla sua vita familiare, noti ai membri del suo nucleo sociale e religioso più vicino.

Nelle comunità, soprattutto indigene, che sono piccole, si conoscono tutti e pertanto quelli che offrono un servizio sono realmente conosciuti. La comunità non sceglie mai una persona che non abbia l'approvazione di tutti, basata sulla sua disponibilità al servizio, manifestata per anni nella comunità. Le comunità rendono davanti a noi la loro testimonianza, anche scritta, raccolta sul sarvizio offerto dal candidato e sulle ragioni per cui è stato accettato dalla comunità. Non c'è confronto tra il grado di perseveranza e fedeltà la lavoro da parte dei diaconi della nostra comunità, rispetto a quello dei ministri nelle varie diocesi della repubblica.

Gli errori umani naturalmente presenti non hanno una incidenza statistica considerevole, ma anzi irrilevante, perchè le comunità sanno quali sono le persone che si dedicano di cuore al loro servizio (cfr. Sinodo Diocesano, 424-431; Dir. Dioc. Per il Diac. Ind. Perm., 181-218).

Sul Direttorio Diocesano per il Diaconato

Quando pubblicammo il Direttorio ne inviammo una copia a questo scopo. Crediamo che rifletta una pratica in movimento chiaramente migliorabile in futuro. Non è una normativa per qualcosa che succederà ma il modo per fissare un cammino che la nostra diocesi ha portato a termine in una forma per lo più sistematica e proiettata in avanti.

Questo Direttorio ci ha condotto ad una maggiore articolazione, a partire da cui si è stabilito il coordinamento diocesano del Diaconato Permanente, che garantisce una continuità e fedeltà a questo cammino in cui il Signore manifesta la sua volontà. Sappiamo che Dio non abbandona la sua Chiesa.

Sul ruolo della donna

La Chiesa, come ha espresso il Santo Padre nel suo recente Magistero, valuta la situazione della donna e tiene conto delle attuali condizioni storiche che non favoriscono la piena dignità della donna come figlia di Dio. Questo argomento ha meritato una attenzione speciale da parte del Papa. Evidentemente noi non potevamo permettere che il diaconato accentuasse una certa discriminazione della donna nella comunità, quale si può cogliere dalla prospettiva occidentale; per questo la donna è associata al suo sposo, che accompagna nella ricezione del sacramento. Secondo le comunità, accompagna lo sposo anche nel ministero che gli è stato affidato. Siamo cosciemti che lei non riceva l'ordinazione ma che, come sposa di un ministro, non può assentarsi; al contrario deve essere cosciente e accettare con grande convinzione l'azione del servizio che lo sposo esercita. Deve anche contribuire a tutto ciò che legittimamente si può fare in termine di collaborazione e appoggio (cfr. Dir. Dioc. Per il Diac. Ind. Perm., 132-137; 211-213).

Sul clero nativo

L'atteggiamento che sin da principio abbiamo avuto nella nostra diocesi per le condizioni di isolamento, distanza e altro in cui si trovava, è stato quello di considerarla una diocesi missionaria; sebbene questa parola assuma con il Concilio una dimensione di maggior trascendenza perchè non ci può essere una Chiesa dove la diocesi non si sviluppi. Quando arrivammo, quarant'anni fa nella diocesi del Chiapas, che comprendeva la diocesi di Tuxtla Gutierrez e l'attuale di San Cristóbal, avevamo tredici sacerdoti in una situazione di estremo isolamento, duro lavoro, mancanza di comunicazione, insicurezza e ristrettezze economiche. C'era una dimensione di povertà accettata e vissuta da parte dei sacerdoti, che, grazie a Dio, continua anche oggi. Queste condizioni sono state benedette da Dio attraverso una quantità di catechisti e altri ministeri laicali.

Nella misura in cui il movimento indigeno di catechesi e di altri ministeri cresceva, generava una maggiore attività evangelizzatrice nelle comunità rurali indigene. Questa effusione dello Spirito ha fatto sì che i sacerdoti e le religiose che lavorano nella nostra diocesi prediligessero questi luoghi di missione, dato che qui sono più tangibili i frutti dell'evangelizzazione. Abbiamo più difficoltà a provvedere ai centri abitati dai meticci, dove esistono altre condizioni per il servizio della Parola di Dio. C'è sempre stata nella nostra diocesi una certa sproporzione tra il clero nativo e il clero che viene da altri luoghi; abbiamo approfittato della generosità delle comunità religiose. Nella nostra diocesi abbiamo un numero abbastanza bilanciato di clero secolare e regolare. In altre diocesi il numero di sacerdoti che non sono locali o persino stranieri supera il nostro. Il numero di vocazioni non indigene ha alle spalle un lungo cammino diocesano: ora il numero di vocazioni è molto più ampio. E questo malgrado le difficoltà, dato che il seminario interdiocesano, che si era costituito per circostanze storiche che non c'è bisogno di menzionare, è stato sciolto; nella diocesi l'esigenza di avere un seminario diocesano non era alla portata delle nostre possibilità, cosicchè abbiamo inviato I nostri candidati in altre diocesi perchè venissero formati lì.

Lo sviluppo del Diaconato Indigeno Permanente profila con maggiore consistenza il fiorire di vocazioni sacerdotali, ma possiamo dire che, se le condizioni che si pongonoper erigere un seminario sono tali da superare le possibilità concrete di quelli che vivono in una cultura calpestata, negando con ciò l'accesso degli indigeni, ciò non significa che non vi siano vocazioni. L'esistenza di un numero considerevole di diaconi suscita ammirazione per il fiorire vocazionale di questo ministero ordinato. La provvidenza del Signore, che non abbandona il suo popolo, ci rivela che potrebbero esserci numerosi sacerdoti nativi se si riconsiderassero le condizioni che ora non sono adeguate alle possibilità concrete di tanti che avrebbero ed hanno la vocazione sacerdotale. Resta così in loro la convinzione che tali circostanze siano di carattere discriminatorio: sono indigeni e perciò non possono diventare sacerdoti (cfr. III Sinodo Diocesano, 441-452).

Accogliamo con grande gratitudine le parole rivolte dal Papa, in numerose occasioni, alle comunità indigene o ad latri gruppi etnici nel mondo; consideriamo un frutto dello Spirito la richiesta di perdono per diverse situazioni storiche, pronunciata ultimamente durante il pellegrinaggio a Gerusalemme. Citava, in modo particolare, la repressione, la discriminazione e la mancanza di rispetto verso culture diverse da parte di quella occidentale. Questa parola del Papa è per noi consolante.

Sul sostentamento economico dei diaconi

Nella nostra diocesi i catechisti e i diaconi permanenti dipendono da sè stessi per il proprio sostentamento. Nessun catechista e nessun diacono viene remunerato per il proprio servizio alla comunità. Qualche volta le comunità si preoccupano di aiutarli nel lavoro dei campi, soprattutto quando essi partecipano ad alcuni corsi che li obbligano ad assentarsi per giorni dalla comunità. L'aiuto comunitario ai diversi ministri si intensifica soprattutto al tempo della semina e del raccolto perchè altrimenti si comprometterebbe gravemente l'economia familiare del catechista o del diacono e si metterebbe in pericolo la sua salute e quella della sua famiglia. Esiste una grande comprensione e sensibilità nelle comunità, ma nè i catechisti nè i diaconi sono remunerati per il loro servizio: è un servizio che offrono gratuitamente e si sostengono con il proprio lavoro (cfr. Dir. Dioc. Per il Diac. Ind. Perm. 267-272).

Congedo

Siamo coscienti che in questo momento storico si manifestano due eventi provvidenziali: l'emergere dell' in-digeno, in tutto il Continente, come soggetto della propria storia; e al tempo stesso la consapevolezza, in America latina, dell'urgenza che nascano Chiese autoctone nel Continente. Se vogliamo parlare con precisione e rigore, dopo cinquecento anni non ci sono sacerdoti indigeni; ci sono indigeni ordinati come sacerdoti, ma che nel processo della loro formazione sono privati della loro cultura e sottomessi ad una cultura estranea, con una conseguente crisi d'identità. In Guatemala si è verificato il fatto che vari sacerdoti abbiano lasciato il sacerdozio all'interno della cultura occidentale per vivere il proprio sacerdozio nella cultura indigena. Questo ha causato un grave problema non ancora risolto; ma rivela l'urgenza che una Chiesa autoctona risponda alla domanda d'identità dell'indigeno, che superi la dicotomia tra cultura nativa e cultura occidentale imposta. E' un momento storico di grande importanza in tutte le nazioni del Continente latinoamericano che hanno una presenza indigena significativa in questo momento.

Al termine dei miei settantacinque anni di vita e dei quaranta di ministero episcopale in questa diocesi di San Cristóbal de las Casas, mi resta la profonda soddisfazione che questo lavoro non sia stato un lavoro isolato, ma svolto nello spirito del Concilio, in conformità con ciò che si fa in tutto il Continente. Così, la riflessione che la teologia degli indigeni ha condotto, dai versanti delle differenti confessioni, sulla fede precolombiana o sulla fede cristiana a partire dalle loro culture, ci fa capire l'ansia e l'opportunità presenti di dare una risposta a questa situazione che riguarda tutto il continente. Abbiamo parlato, brevemente, con il Cardinale Ratzinger e intravisto una luce nell'incarnazione della Chiesa o del Vangelo nelle culture indigene: che il nostro modello di sacerdozio ritorni al modello di sacerdozio vissuto da Gesù Cristo, sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec. Vi è l'impressione che il sacerdozio cattolico non abbia seguito la linea del sacerdozio suggerita da Melchisedec, anteriore al sacerdozio levitico. Alle origini il sacerdozio cristiano non si esercitò nel tempio di Gerusalemme, il cui velo si squarciò in due parti: l'Antico Testamento delle promesse, superato dal Nuovo Testamento del compimento di queste. L'Eucarestia si celebrò, come ricorda Paolo, in casa dei "discepoli del nuovo cammino". Crediamo che l'incarnazione della Chiesa nelle culture indigene ci consoliderà nella sequela del sacerdozio vissuto da Gesù Cristo: secondo l'ordine di Melchisedec.

Al di là dei miei sforzi personali di dare una risposta puntuale ad ognuna delle domande, vi sono formulazioni più precise, sia nel Sinodo III Diocesano, che nel Direttorio del Diaconato permanente per gli indigeni. Timidamente, ma consapevolmente, riteniamo quest'ultimo come un modesto contributo per tutto il Continente. Siamo coscienti che l'esperienza che il Signore ci ha fatto vivere debba essere condivisa. Pe questo ritengo che anche la risposta alle domande che ci sono state rivolte debbano essere condivise come un'umile testimonianza con le Chiese del nostro Continente, che vivono le nostre stesse preoccupazioni.

 

 Ref.: Adista (Notizie, documenti, rassegne, dossier sul mondo cattolico e realtà religiose), anno XXXVI, Suppl. Al n. 5681, 1 aprile 2002.